L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1962 -ANTONIO SEGNI – quarta votazione

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1962 -ANTONIO SEGNI – quarta votazione

L’elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana su

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 40                           * * Anno XXXIX / N. 122 / venerdì 4 maggio 1962

MARIO ALICATA Direttore
LUIGI PINTOR Condirettore
TADDEO CONCA Direttore responsabile

 

 

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Quarta votazione nulla per il Capo dello Stato

La prepotenza dc blocca l’elezione

Forte affermazione di Saragat con 321 voti – Moro si ostina ad imporre Segni anche dopo il nuovo fallimento – Trattative tra DC, PSDI, PRI, PSI – Oggi alle ore 16 la quinta votazione

Anche in quarta votazione, l’unica della giornata, nulla di fatto ieri per la elezione del Presidente della Repubblica. La ostinazione della DC ha cercato fino all’ultimo di bloccare attorno a Segni, ha impedito il formarsi una maggioranza su nome che, meglio di quello di Segni, rispecchiasse il reale orientamento del Paese.

Ed ecco il risultato della unica votazione di ieri, iniziata alle ore 16 e terminata alle ore 18.

Presenti e votanti 843 (maggioranza necessaria della metà più uno dei membri dell’assemblea, 428)

SEGNI 354
SARAGAT 321
GRONCHI 15
PICCIONI 10
CONDORELLI 38
MERZAGORA 11
Schede bianche 25
Voti dispersi 8 (Fanfani 6, Campilli 1, Terracini 1)

Leone ha annunciato che non essendo stata raggiunta la maggioranza prevista per la elezione, il voto doveva essere rinnovato in altra seduta. Accettando una serie di richieste avanzate da diversi gruppi (dc e socialisti) Leone rinviava di 22 ore la votazione, riconvocando la Camera per oggi. alle ore 16. Subito dopo la fine della seduta riprendeva la turbinosa serie di incontri e colloqui politici fra i dc e partiti della maggioranza. Un primo tentativo di trattativa, come vedremo dopo, giungeva a concordare per questa mattina una riunione quadripartita DC. PSDI. PRI. PSI. A questa riunione per Il parteciperà Nenni

Dopo la lettura dei risultati, l’analisi del voto di oggi ha dimostrato che la lunga notte e la lunga mattinata trascorse da Moro e dai «dorotei» alla ricerca delle vie migliori dell’intimidazione non avevano scosso i dissidenti dc. Segni, infatti, che avrebbe dovuto disporre di 424 voti (compresi i liberali) guadagnava rispetto alla terza votazione solo 13 voti. Ferme restavano le posizioni dei dissidenti su Gronchi (45) e su Piccioni (40). Altri voti dc si disperdevano, sempre contro Segni, su Merzagora (11) e Fanfani (6). In sostanza, l’unico mutamento di rilievo nella quarta votazione di oggi, è stato il voto per Saragat. Il gruppo comunista ha rinnovato la sua adesione e (dopo una lunga riunione avutasi nella mattinata, nel cui corso anche la sinistra aveva deciso di votare, solo in quarta votazione, per Saragat) il voto socialista aumentava. Saragat così passava dai 299 voti di ieri ai 321 di oggi, dando con chiarezza l’indicazione della possibilità (se la sinistra dc avesse avuto la forza di porsi realmente sul terreno da lei stessa auspicato) di eleggere il Presidente senza i voti liberali e della destra. Cosa, com’è chiaro, rivelatasi impossibile oggi per Segni o per qualsiasi altro candidato centro-destra della DC.

Dopo il voto di oggi, conversando con i giornalisti, il compagno Togliatti ha dichiarato che, a suo parere, «si pone per la DC un problema di iniziativa politica, per permettere al Parlamento di eleggere un Presidente che rispecchi Io stato d’animo e l’attesa del Paese». Altri commenti di parlamentari comunisti tendevano a sottolineare il carattere netto del quarto scacco subito dal candidato ufficiale., non più di tutta la DC. ma dei «dorotei» e di Moro.

Al voto si è giunti dopo una lunghissima serie di incontri e riunioni, che avevano impegnato Moro e i suoi collaboratori nella nottata e nella mattinata. Fin da ieri sera, tuttavia appariva chiaro che «fanfaniani» e «sindacalisti» non avevano intenzione di mollare nell’opposizione a Segni. Anche Piccioni e i suoi amici, particolarmente irritati per il rifiuto di Moro di dare adito a una candidatura di rincalzo, non nascondevano la loro ostilità alla «follia» dorotea, espressasi in pressioni e ricatti personali, innumerevoli.

Praticamente tutti i possibili «dissidenti» sono stati «visitati» ieri personalmente da emissari «dorotei», che in tutti i modi hanno cercato di convincerli a desistere dal voto contrario a Segni. La insistenza dorotea ha valicato anche i confini della DC spingendosi fino ai settori dei partiti minori e del PSI. In questo senso vanno interpretati i colloqui di ieri fra Moro e Tanassi e infiniti altri incontri tutti rivolti allo stesso scopo.

Il bombardamento «pro Segni» in effetti, lungi dall’affievolirsi dopo il risultato del quarto voto, si è invece fatto più marcato. A Saragat è stato chiesto ufficialmente dai «dorotei» di ritirare la candidatura: i dorotei, contemporaneamente, lanciavano la voce di un ritiro della candidatura di Fanfani, dopo un colloquio Moro-Fanfani avutosi questa notte. Ma il colloquio veniva smentito. E portavoce ufficiosi di Fanfani affermavano sibillinamente che Fanfani non poteva ritirare una candidatura che non era stata mai presentata. Tutto questo incrociarsi di voci e tentativi (unito alla notizia largamente «montata» che Segni aveva compiuto il «nobile gesto» di rifiutare i voti della destra fascista e monarchica) tendeva, naturalmente, a creare condizioni per una trattativa. Tuttavia l’oggetto della trattativa, per i «moro-dorotei», non era sostanzialmente mutato, fino alle ultime ore di ieri sera.

Uscito da un colloquio con Moro, Gava, Salizzoni e Scaglia, l’on. Zaccagnini, ieri sera, ha infatti confermato ancora una volta che la DC insisterà nel votare il nome di Segni. Su questa linea, che appare ormai sempre più politicamente indifendibile, sono continuate, anche ieri sera, le pressioni «dorotee» in tutte le direzioni.

La serata, quindi, è trascorsa in colloqui e riunioni febbrili. Alle ore 20,20, dopo più di un’ora di riunione, la Direzione del PSI emanava un comunicato. ln esso si rendeva noto che, dopo aver discusso la situazione, Nenni aveva ricevuto mandato «di raccogliere elementi di informazione sull’orientamento degli altri partiti del centro-sinistra in rapporto al problema dell’elezione del capo dello Stato». La decisione socialista veniva a conclusione di una serie di contatti fra PRI, PSDI e PSI tesi a concordare una linea d’azione in vista dell’incontro a quattro di questa mattina. Per ciò che riguarda l’orientamento del PSI, sia De Pascalis che Vecchietti hanno confermato che nel corso dell’incontro a quattro il PSI porrà la DC davanti alle sue responsabilità, invitandola a trarre le conseguenze dalla situazione creatasi dopo due giorni di votazioni nulle. L’ultimo incontro della serata si è avuto (dopo una serie di altri contatti preliminari) fra Nenni, Reale e Tanassi. Nel corso di questi contatti, l’onorevole Saragat ha fatto sapere – riferisce l’Ansa – che non intende prendere alcuna iniziativa di rinuncia, se non nel caso in cui uno dei gruppi che lo hanno sostenuto decidesse altrimenti.

ln campo democristiano. oltre a un colloquio Moro-Fanfani a Palazzo Chigi, rivolto a persuadere il Presidente del Consiglio a far votare i suoi amici per Segni, la cronaca registra un ennesimo incontro di Moro con due «ribelli», Donat-Cattin e il vice-segretario «fanfaniano» Forlani, ricevuti separatamente. Nel settore degli «scelbiani» una dichiarazione di Bettiol preannunciava la possibilità di un candidato del gruppo di Scelba. Da parte della «Base» invece, è stata inviata a Moro una lettera in cui si chiede la vocazione della Direzione DC e dei Gruppi, prima delta quinta votazione di oggi. La lettera chiede una nuova iniziativa politica che consenta la elezione di «un candidato capace di raccogliere i consensi più vasti possibili».

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Dopo il quarto scrutinio

ANCHE il quarto scrutinio l’elezione del Presidente della Repubblica, ha visto, come il terzo, Segni e Saragat fronteggiarsi con un ristagno dei voti del primo e una avanzata consistente, ma non decisiva, dei voti del secondo, e ha visto un centinaio di democristiani rifiutarsi ancora volta di piegarsi alle direttive, particolarmente recise questa volta, degli organismi dirigenti del partito e dei gruppi parlamentari. Solo apparentemente però, e solo da chi ha interesse a presentare le cose in termini deformati, la situazione potrebbe essere considerata la stessa di 48 ore fa.

Questo scrutinio, che era il primo a maggioranza assoluta e non più a maggioranza dei due terzi, non può in effetti non essere giudicato come uno scrutinio decisivo per la candidatura Segni. Egli ne è uscito apertamente sconfitto, non tanto perché non è riuscito a varcare il traguardo, ma perché dal traguardo è rimasto alla stessa distanza di prima. Se il gruppo doroteo» (vale a dire l’ala destra dell’attuale maggioranza d.c.) da cui è scaturita la candidatura Segni, fosse minimamente animato da un senso di responsabilità nazionale e non fosse invece accecato dalla sua sete di potere, avrebbe già dovuto, subito dopo il risultato del voto, annunciare il ritiro di una candidatura che, com’è oramai evidente, spacca in due il Parlamento, introduce una profonda frattura nella stessa Democrazia cristiana, e anche se dovesse in qualche modo essere imposta e passare, lascerebbe oramai lacerata l’opinione pubblica e il paese proprio nei confronti della massima magistratura della Repubblica.

A QUESTO punto, occorre perciò dire con chiarezza estrema che non solo l’atteggiamento del gruppo «doroteo», ma quello degli organismi dirigenti della Democrazia cristiana appare intollerabile. Il paese non può e non vuole fare le spese delle lotte interne di potere delle diverse correnti della Democrazia cristiana, non può e non vuole fare le spese dei sottili equivoci, dei sotterranei patteggiamenti, della raffinata ipocrisia su cui l’on. Moro mostra seriamente di credere si possa fondare una politica, una maggioranza parlamentare, un governo. Tanto più che il paese sa bene che al fondo di tutto c’è qualcosa che accomuna «dorotei» e «morotei»: ed è la prepotenza della DC, la pervicace volontà con la quale essa ha tentato fino all’ultimo di non accedere, per non mettere in discussione il proprio monopolio politico, ad una trattativa neppure nell’ambito del suo attuale sistema di alleanze parlamentari; c’è la sua speranza evidente di piegare alla line non solo le correnti interne di opposizione, cioè la sinistra del suo partito, ma i suoi stessi alleati, umiliandoli.

DA QUESTA situazione bisogna uscire, e bisogna uscire con urgenza: non nei prossimi giorni, ma nelle prossime ore possibilmente. E nessuno più di noi è convinto che la via d’uscita va cercata nell’adozione del metodo, che non può non essere tipico d’un regime parlamentare, della trattativa ragionevole, Niente da dire perciò sul fatto che, a quanto dicono le notizie dell’ultim’ora, questa trattativa sia stata iniziata intanto fra i partiti che compongono l’attuale maggioranza parlamentare. Due condizioni però si pongono. Che si tratti di trattativa politica aperta, e democratica, e non della ricerca di complicità sottobanco o di meschini espedienti per salvarsi reciprocamente la faccia. Che nel corso di questa trattativa, le forze di sinistra, laiche e cattoliche, nel loro insieme, che hanno bloccato fino ad oggi, sia pure faticosamente, le manovre dei gruppi dirigenti d.c. e della destra dorotea sappiano muoversi unite e con fermezza per riuscire a concludere la battaglia per la elezione del presidente della Repubblica in modo da non deludere le attese dell’opinione pubblica e del paese.

Mario Alicata

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Una giornata di caccia al «franco tiratore»

Un cardiologo votato dalle destre e consigliato all’onorevole Moro – Per eleggere Coty in Francia ci Ehi vollero ben 18 scrutini

Nel corso di ventiquattro ore l’atmosfera di Montecitorio era profondamente cambiata: nei corridoi. nel Transatlantico e in aula non si respirava più l’aria vagamente festosa di mercoledì. Gli umori erano cambiati, dominavano la incertezza e il nervosismo. Soltanto Piccioni esibiva ieri un viso tranquillo e soddisfatto: nella mattinata era stato da Iui Zaccagnini, capogruppo della DC a chiedergli di ritirare la sua candidatura. Ma con aria sorniona colui che viene comunemente indicato dalla segreteria come il «padre spirituale» della DC. aveva risposto che «se qualche parlamentare Io onorava della sua stima» egli non poteva rifiutare tale omaggio Tutta la mattinata è quindi trascorsa nel tentativo della DC di convincere questi «estimatori» dell’on Piccioni e dell’on Gronchi a recedere dal loro atteggiamento ed a votare compatti per il candidato ufficiale, Segni.

«L’unica libertà che abbiamo — è stato commentato — sta nello scrivere Segni in corsivo o stampatello».

In questa opera di recupero dei voti dei «franchi tiratori» sono stati adottati tutti i mezzi: più frequente il ricatto che il convincimento. la minaccia che l’argomentazione. All’apertura della seduta, i dirigenti democristiani facevano circolare la voce che ormai la dissidenza era rientrata e che il voto per Segni sarebbe stato compatto. Con l’apporto di «qualche voto della destra» il candidato ufficiale della DC sarebbe quindi stato eletto Presidente della Repubblica in serata.

Alle ore 16, regolarmente, è stato dato inizio alla quarta votazione. Per primo è stato chiamato il senatore Alberti. Di nuovo gli 843 «grandi elettori» hanno sfilato sotto il banco della presidenza per andare a deporre il loro voto nell’urna Le tribune del pubblico e del corpo diplomatico erano più affollate che nella seduta precedente. L’on. Merzagora aveva indossato, come il presidente Leone, un abito blu. Codacci Pisanelli era in mezzo tight (giacca nera e calzoni a righine). La on. Emanuela Savio, reduce dal parrucchiere, inaugurava una vistosa mèche bianca: piaggeria verso l’on Moro? Son da poco passate le 17, quando comincia lo spoglio delle schede. Il primo nome che esce dall’urna e quello di Segni. Poi Saragat per cinque volte (per lui hanno votato i comunisti, il PSI. socialdemocratici e repubblicani). Il sesto voto è ancora per Segni. Il settimo per Luigi Condorelli (noto cardiologo, candidato delle destre), l’ottavo per Piccioni, il nono per Segni, il decimo ancora per Piccioni. È già chiaro quindi che i «franchi: tiratori» non sono stati eliminati come sperava la segreteria dc. La lotta interna nel gruppo di maggioranza non solo non è finita, ma si è esasperata. La incapacità del gruppo dirigente democristiano di esprimere un candidato attorno al quale possa raccogliersi la maggioranza del Parlamento appare in modo clamoroso, a questo quarto scrutinio.

Continuano così ad alternarsi i nomi di Saragat e Segni. Segni e Saragat: quest’ultimo «conduce» fino alle 17.30 quando raggiunge i 219 voti contro i 211 di Segni. Circa venti voti ciascuno hanno già ottenuto a questo punto sia Grondi, sta Piccioni. Lo scrutinio viene seguito dall’aula con grande attenzione: numerosi sono i parlamentari che tengono nota dei nomi usciti. Attorno a loro fanno capannello i colleghi di gruppo commentando, man mano che vengono letti, i risultati. Solo Moro finge una certa «indifferenza» e continua a parlottare fittamente con Zaccagnini. Al suo fianco Scaglia e Salizzoni prendono nota di ogni voto espresso, pazientemente, fino alla fine dello scrutinio.

Nel 1955. quando venne eletto Gronchi, Fanfani lasciò questo triste compito a Moro. Ora il segretario della DC ne è esonerato, ma certo egli non è oggi più soddisfatto di quanto non fosse Fanfani sette anni fa. Dopo le 17.30 passa in testa Segni, che manterrà tino alla fine il vantaggio nei confronti di Saragat.

Dopodiché la situazione, già nervosa e confusa fin dall’inizio della giornata è precipitata verso manifestazioni di vero e proprio «cannibalismo di partito». Un gruppo di deputati dorotei e morotei minacciava di riprendere la propria libertà di azione nei confronti del governo se la segreteria non fosse riuscita a riportare all’ordine i «franchi tiratori». Piccioni insisteva a mantenersi in lizza. Segni insisteva in essere ancora votato. Infine Moro, pallido, minacciava di dimettersi

«Qui ci vuole un cardiologo — commentava ironicamente un parlamentare —. Chiamiamo Condorelli

Sia Einaudi che Gronghi vennero eletti al quarto scrutinio Non si sa se oggi il quinto sarà sufficiente per la l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Si ricordi però in Francia il presidente Coty venne a suo tempo eletto al diciottesimo scrutinio.

Miriam Mafai