L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – ANTONIO SEGNI – LE DIMISSIONI

Home / Iniziative / L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – ANTONIO SEGNI – LE DIMISSIONI
L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – ANTONIO SEGNI – LE DIMISSIONI

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 50                           * * Anno XLI / N. 48 (333) / lunedì 7 dicembre 1964

MARIO ALICATA Direttore
LUIGI PINTOR Condirettore
MASSIMO GHIARA Direttore responsabile

 

 

Pag. 1 _________________________________

Finalmente rese vane le ostinate resistenze della Dc
Segni si è dimesso
Le due Camere convocate il 16 per eleggere il nuovo Presidente

Un’ultima affannosa giornata – L’annuncio della convocazione del l’annuncio della convocazione del Parlamento ha preceduto il comunicato del governo – Messaggi di Segni e Merzagora al paese – L’ultimo bollettino medico del Quirinale constata la piena coscienza del presidente dimissionario

Ieri sera alle ore 22 e 10, al termine di una affannosa e faticosa giornata contrassegnata ancora da sotterranei, ma visibili contrasti sulle «precedenze» l’«Ansa» e la TV (che ha interrotto i programmi) hanno annunciato le dimissioni di Segni. Il documento ufficiale, diramato dal Consiglio dei ministri (e arrivato un’ora dopo che il Presidente della Camera aveva dato l’annuncio delle . dimissioni con un suo comunicato di convocazione del Parlamento in seduta congiunta per il giorno 16) reca testualmente:

«In data di oggi il Presidente della Repubblica Antonio Segni si è dimesso dalla carica di Capo dello Stato con il seguente atto di dimissioni: “ln considerazione delle mie condizioni di salute per la grave malattia sofferta che mi toglie, per un lungo periodo di tempo, la possibilità di esercitare le mie funzioni, ho maturato, sentito il parere dei medici curanti, la irrevocabile decisione di dimettermi dalla carica di Presidente della Repubblica. Dal palazzo del Quirinale, addì 6 dicembre 1964. Firmato: Antonio Segni”. L’atto di dimissioni — prosegue il: comunicato ufficiale pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale — ricevuto dal segretario generale della Repubblica che ha assistito alla sua sottoscrizione, è stato da questi comunicato al Presidente supplente della Repubblica, al Presidente della Camera dei Deputati, al vicepresidente anziano del Senato e al Presidente Consiglio dei ministri, riuniti al Palazzo del Quirinale, i quali insieme ne hanno preso atto. In conseguenza il Presidente supplente eserciterà le funzioni di Capo dello Stato, già assunte il 10 agosto 1964, fino giuramento del nuovo Presidente della Repubblica. Il Consiglio dei ministri, udita una relazione del Presidente del Consiglio, ha preso atto della situazione determinatasi con le dimissioni del Presidente della Repubblica Antonio Segni».

Oltre al comunicato ufficiale, il Consiglio dei ministri, diramava un secondo comunicato, nel quale, dopo diverse espressione di omaggio, «augura a Segni di ritrovare la pienezza delle sue forze per continuare a dare, nell’alto seggio che la Costituzione gli riserva nel Senato della Repubblica, il suo attivo e prezioso contributo di saggezza».
Contemporaneamente a questi documenti, sempre dopo le ore 22, le agenzie diramavano i due messaggi di Segni e Merzagora, sui quali riferiamo a parte.

La cronaca della giornata di ieri — che nei suoi contenuti sostanziali era già scontata fin dal giorno innanzi — è stata contrassegnata ancora da spunti notevoli dei contrasti — procedurali – e politici che avevano reso difficili, in questi ultimi giorni, le operazioni per la realizzazione della fase finale della questione del Quirinale.
Un elemento caratteristico della difficoltà della giornata si è avuto con il notevole ritardo con cui l’operazione si è concretata, terminando a ora insolita, dopo le 22, essendosi iniziata poco prima delle 18. L’elemento che di più è emerso da tutta la cronaca è stato il fatto che pur essendo Moro riuscito a spuntarla sulla questione procedurale della competenza del governo nel dare l’annuncio ufficiale, tale annuncio è stato largamente superato dalla rapidità con cui il Presidente della Camera ha comunicato il testo della convocazione del Parlamento in seduta comune per la elezione del nuovo Presidente. Prima delle 21 e 15, quando il Consiglio dei ministri non era stato ancora riunito, veniva infatti diramato il testo della convocazione del Parlamento che pubblichiamo qui a fianco. Si creava cosi la singolare situazione di un annuncio che prendeva atto di un fatto (le dimissioni di Segni) che formalmente non era stato ancora reso noto.

Prima ancora di questo annuncio, e cioè alle 20,12, dal Quirinale era stato già diramato il bollettino medico. La sua pubblicazione è avvenuta nel momento in cui Merzagora, Moro e le altre autorità stavano ancora leggendolo nell’anticamera di Segni dove era stato loro consegnato dal prefetto Strano. Il testo del comunicato corrisponde alle previsioni che erano state fatte. ln esso, infatti, si dice che Segni è in condizioni di piena lucidità mentale e che il suo impedimento ad esercitare le funzioni di Capo dello Stato non è frutto di una costatazione ufficiale ma il risultato di un suo responsabile atto di volontà.

«Il Presidente della Repubblica — dice il testo — ha desiderato consultare ancora una volta i medici curanti ai quali si è associato da qualche tempo il prof. Mario Gozzano. I medici hanno costatato che il lento miglioramento dell’illustre infermo prosegue con regolare continuità. Le condizioni generali permangono buone e le principali funzioni organiche sono nei limiti normali. I disturbi motori degli arti di destra vanno lentamente modificandosi con iniziale ripresa di alcuni movimenti. Si è accentuato il miglioramento del linguaggio: mentre i disturbi dell’articolazione della parola regrediscono con lentezza, la comprensione del linguaggio è pressoché normalizzata. L’esame psichico consente di costatare la chiarezza del pensiero e la integrità della personalità dell’illustre infermo. Serenamente consapevole della natura e del decorso della malattia egli ha piena coscienza del proprio stato e delle proprie responsabilità. E’ prevedibile un ulteriore miglioramento delle condizioni di salute del Presidente con l’ausilio delle opportune terapie e di un lungo periodo di tranquilla convalescenza». Il comunicato medico è firmato dai professori Gozzano, Challiol, Fontana e Giunchi.
Questo il testo dei medici. Se si tiene conto che esso è stato diramato alle 20,18, che è stato seguito a ruota dal primo annuncio di Bucciarelli-Ducci sulla convocazione delle Camere, si evince con facilità che l’annuncio ufficiale del governo (dato alle ore 22 e 10) è arrivato buon ultimo, con ritardo tipicamente «moroteo».

Tutte le operazioni, del resto, sono state contrassegnate da una serie di ritardi. La cerimonia della comunicazione alle autorità della lettera e del bollettino medico (che era stata annunciata, in un primo tempo per la mattinata, e poi per il pomeriggio) è invece avvenuta dopo le 20. Per tutta la giornata i Presidenti delle Camere, i ministri, il Capo dello Stato supplente, sono rimasti in attesa. Montecitorio e Palazzo Madama erano con i battenti aperti. E a Palazzo Chigi i ministri erano presenti, in attesa dell’arrivo di Moro dal Quirinale, fin dalle 19.30, ora dell’appuntamento. Moro, tuttavia è arrivato dal Quirinale solo alle 21,25, con due ore di ritardo, essendosi intrattenuto a lungo con il prefetto Strano per apportare le ultime modifiche ai due comunicati della Presidenza del Consiglio e per prendere visione del bollettino medico e del messaggio di Segni. Inoltre sembra che la cerimonia della «recezione» delle dimissioni, sia stata ritardata perché uno dei medici curanti era occupato in una riunione politica, essendo stato eletto (nelle liste dc) in un piccolo centro marchigiano.

Le circa cinque ore finali dell’«operazione» hanno avuto inizio alle 17.45 quando, traversando la piana del Quirinale dove s’era radunata una piccola folla di curiosi faceva il suo ingresso nel Palazzo il prefetto Strano, segretario generale della Presidenza. Poco dopo entravano i medici, verso le 18. Essi, dopo una visita a Segni si appartavano con Strano per stilare il comunicato finale. Terminato il lavoro verso le 20, ora in cui solo il prof. Giunchi restava al Quirinale, venivano convocati al Palazzo i personaggi che dovevano essere i protagonisti ufficiali della cerimonia della «recezione» delle dimissioni. Entravano nell’ordine Merzagora, Bucciarelli-Ducci, Zelioli-Lanzini. Ultimo arrivava Moro, alle 20,18. Tutti restavano al Quirinale per circa un’ora, ricevevano da Strano i documenti e non erano ammessi alla presenza di Segni. Quando Moro è alla fine arrivato a Palazzo Chigi per iniziare, alle 21 30, la riunione dei ministri che erano in attesa fremente da due ore, la notizia delle dimissioni era tuttavia già apparsa nel comunicato di Bucciarelli-Ducci. Ciò provocava, naturalmente, nervosismo e lagnanze. Così come nervosismo, manovre e contro-manovre, aveva provocato nei giorni scorsi la procedura imposta da Moro sulla priorità del Consiglio dei Ministri nel recepire l’annuncio e nel darlo. Priorità che, come si è visto, non è stata rispettata altro che in modo formale.

Nella serata, l’ufficio stampa del Quirinale dava ai giornalisti alcune delucidazioni. Da esse si apprendeva che Segni era stato visto solo da Strano, presente alla firma delle dimissioni, e si smentiva che Segni si trasferirà a Villa Rosebery, a Napoli, informandosi invece che trascorrerà la convalescenza a Roma, in una villa privata presa in affitto dalla sua famiglia.
In precedenza, sembra, rompendo una trattativa con un grande settimanale che se ne era accaparrata la «esclusiva» l’ufficio stampa del Quirinale aveva distribuito ai giornalisti le fotografie di Segni con i nipotini, scattate venerdì scorso.

PRIMI RIFLESSI
Nella giornata di ieri le dimissioni di Segni hanno occupato gli ambienti politici anche in altra sede. Nella mattinata Moro e Rumor si sono incontrati, nel corso di una «colazione di lavoro» all’EUR, per esaminare la situazione. Si è appreso che il giro di orizzonte dei due dirigenti sia servito solo a costatare, ancora una volta, che la DC si presenterà alla elezione senza essere riuscita a concordare un candidato valido sia per tutto il partito che per la maggioranza. Allo stato dei fatti sembra che i candidati «ufficiali» della DC restino Piccioni e Leone. Rumor ha chiesto la solidarietà di Moro nel respingere l’offensiva di Forze Nuove, che ha chiesto la convocazione del Consiglio nazionale, e ha ricevuto assicurazioni in merito.

Anche i repubblicani, riunita la direzione, si sono 0ccupati della successione al Quirinale. Il comunicato finale reca che «in vista della imminente riunione del Parlamento per la elezione del nuovo Presidente della Repubblica, la direzione del PRI invita il gruppo parlamentare a prendere l’iniziativa di un incontro con i gruppi socialista e socialdemocratico per esaminare congiuntamente il problema». Si sa che il PRI ha intenzione di sollecitare la candidatura unitaria attorno a un «laico» cioè Saragat.

DISCORSO Dl VECCHIETTI
Parlando a Firenze, il compagno Vecchietti ha dichiarato che le dimissioni di Segni aprono un problema che è in sé delicato e che i partiti di governo hanno aggravato facendone una questione della maggioranza. Il PSIUP, ha detto Vecchietti, si batterà perché la successione alla Presidenza sia risolta in modo conforme alla indicazione scaturita dal voto del 22 novembre. Il segretario del PSIUP ha poi dichiarato che ogni tentativo di rinviare artificiosamente la crisi del governo deve essere respinto: così come deve essere respinto il pretesto dello «stato di necessità» e del pericolo di destra, usato dal PSI e dal PSDI per coprire le proprie responsabilità nella collaborazione alla involuzione del centrosinistra. La sconfitta del moderatismo democristiano ha concluso Vecchietti — passa attraverso il superamento del centrosinistra e presuppone il rafforzamento dello schieramento delle sinistre.

Nel quadro dei commenti alla successione apertasi al Quirinale, La Stampa ieri, in un editoriale sull’argomento, sottolineava il carattere esplosivo che potrebbe avere, per il governo, la elezione del Presidente. Con chiaro riferimento a manovre della destra esterna e interna al centrosinistra — La Stampa scriveva che «ciò che sembra falsare la visione serena del problema di una scelta dell’uomo più idoneo ad assumere la più alta responsabilità dello Stato è il desiderio e la tentazione di sfruttare la elezione presidenziale come possibilità per aprire una crisi politica. Il centrosinistra ha retto alla prova delle elezioni amministrative del 22 novembre: si vuole quindi, da alcuni, andare in appello davanti alle due Camere riunite per fare eleggere a Capo dello Stato un uomo politico che dia affidamento di non rinnovare l’incarico governativo ad un esponente del centrosinistra». Il giornale afferma che occorre impedire che un gruppo possa «precostituirsi una specie di complice da inviare al vertice dello Stato sulla base di un patto più o meno segreto».

Pag. 1 _________________________________

I messaggi di Segni e Merzagora

L’on. Segni ha rivolto agli italiani il seguente messaggio: «Italiani, in data odierna e per mia volontà, si conclude il mio mandato presidenziale. La decisione che serenamente ho preso, consapevole di non poter porre per lungo tempo tutte le mie energie al servizio del Paese, è dettata dal senso del dovere verso lo Stato, verso la Patria tanto amata, verso di voi. In questo momento il mio pensiero va a tutti ed a ciascuno di voi che, con il vostro consenso e il vostro affetto, rendeste più lieve la mia responsabilità, mi sorreggeste nei momenti più difficili del mio mandato; mi confortaste. nelle ore tristi della mia malattia, per ringraziarvi per inviarvi il mio augurio di pace e di prosperità. Iddio protegga la nostra Patria, vi ispiri a custodire le libertà duramente conquistate, a costruire nella libertà nella giustizia e nella pace l’avvenire vostro e dei vostri figli».

Il sen. Merzagora ha inviato il seguente messaggio agli italiani: «Italiani, la notizia purtroppo ormai prevista, delle dimissioni del Presidente della Repubblica costituisce — sul finire di quest’anno già tormentato da tanti avvenimenti — motivo di tristezza per tutti gli Italiani che amano in Antonio Segni la figura gentile e sorridente, il tratto paterno e modesto, la probità esemplare e la saggezza antica. Dopo le prime giornate di angoscia della sua malattia, subentrò la speranza, pur lieve, di vederlo riprendere un giorno le sue funzioni. Questa speranza è stata la guida animatrice anche nel mio lavoro di supplente: purtroppo. essa è ormai caduta. Grave e triste è il dramma dell’uomo e della sua famiglia, la quale, però, ha il dolce conforto di riaverlo nel premuroso calore del suo seno, grazie all’impareggiabile abnegazione e alla sapienza degli illustri professori che lo hanno curato con disinteresse e che meritano la gratitudine della nazione. Grave e triste il problema si presenta anche al Parlamento: esso però, consapevole del suo compito e del suo prestigio, saprà affrontarlo con quello spirito di altissima dignità e di concordia che il popolo italiano attende dai suoi eletti nei momenti dolorosi e difficili. Tale spirito sarà, io credo, il balsamo migliore alla malinconia del presidente Segni al quale noi tutti — e specialmente il Senato che lo annovera da questo momento senatore a vita e di diritto — diciamo con riconoscente affetto: arrivederci!».

Pag. 1 _________________________________

Auguri all’ex-Presidente

ANTONIO Segni ha mantenuto ieri sera il proposito che sembra avesse manifestato già da alcuni giorni. Fin dal primo momento, cioè, in cui Egli ha avuta chiara consapevolezza delle sue condizioni di salute e delle scadenze improrogabili alle quali non avrebbe oramai potuto correttamente sottrarlo alcuna legittima sollecitudine di medici o di familiari, o alcun intrigo intessuto alle sue spade e a sua insaputa da, «amici» interessati a strumentalizzare e prolungare il vuoto costituzionale creato dalla sua malattia.

E’ un taglio netto dato a tutte le interessate manovre ritardatrici e anche a tutte le artificiali complicazioni costituzionali che si son create, sol perché l’Esecutivo ha voluto prevalere sui diritti e sulle funzioni del Parlamento, e che assurdamente si sono fatte sentire e hanno pesato fino all’ultim’ora anche nel determinare la procedura (e il lentissimo verificarsi) delle dimissioni. Perciò queste vanno considerate, dal punto di vista costituzionale e politico, obiettivamente positive e chiarificatrici. Ma il problema di principio aperto dalla malattia del Presidente Segni, resta sul tappeto, ed esso va senza indugio e senza indulgere a pregiudizi di alcuna sorta risolto subito, dopo l’elezione ‘ del suo successore.

I comunisti non possono non sottolineare questo fatto, con la stessa fermezza e coerenza con la quale hanno combattuto la battaglia per dare una soluzione costituzionalmente corretta alla crisi del Quirinale, fermezza e coerenza che del resto crediamo di poter affermare non siano estranee al nodo e ai tempi coi quali questa complessa e dolorosa vicenda s’è conclusa, difformemente dal modo e dai tempi auspicati dal governo e personalmente dal Presidente del Consiglio Moro.

CIO’ DETTO, perché non poteva non essere detto, come primo giudizio sul significato costituzionale e politico delle dimissioni di Antonio Segni, occorre in quest’ora accantonare per un istante tutte le altre considerazioni che scaturiscono dalla vacanza creatasi nella massima magistratura della Repubblica — considerazioni del resto che in parte il nostro giornale ha già svolto ieri — per rivolgere all’ex Capo dello Stato il nostro saluto più rispettoso e il nostro augurio più cordiale. Augurio, in primo luogo, di ritrovare in quella tranquillità di vita di privato cittadino che ora gli appartiene (e che per l’uomo politico costituisce sempre una speranza di conforto) condizioni più favorevoli ad una ripresa della sua salute, e comunque alla costruzione d’un più conveniente ambiente di esistenza personale e familiare.

Di Antonio Segni e dei suoi. orientamenti politici noi fummo sempre leali avversari, e con la stessa lealtà combattemmo la sua elezione a Presidente della Repubblica, individuando in essa — e non a torto — il primo momento di svolta involutiva sulla strada nuova che l’inizio della politica di centro-sinistra poteva sembrare, tre o ancora due anni fa, indicare. Oggi che Egli lascia, a conclusione d’una vicenda particolarmente dolorosa dal punto di vista umano, la sua altissima carica, il nostro augurio e il nostro salute sono decantati —da questa vicenda stessa — d’ogni possibile residuo sentimento passionale, e suonano perciò particolarmente schietti e sinceri, e come tali speriamo ch’essi siano accolti.

NÈ ALTRO avremmo aggiunto se, sulla stampa di ieri d’ispirazione conservatrice e reazionaria ( dal Corriere della Sera alla Nazione e al Resto del Carlino e al Messaggero) la figura (non umana, ma politica) di Antonio Segni e la sua elezione a Presidente della Repubblica non fossero stati indicati come un modello esemplare da tenere presente per prossimo avvenire. Anche a questo l’ex . Capo dello Stato è naturalmente del tutto estraneo. Ma occorre dire con forza che tali pressioni faziose e sgradevoli (perché vogliono strumentalizzare e utilizzare a fini di parte l’umana simpatia che sempre si raccoglie attorno ad un uomo che ha molto sofferto soffre) sull’opinione pubblica e sui partiti, in primo luogo sulla D,C., vanno respinte con grande energia. Per non costringerci a ripetere proprio in questo momento che l’elezione di Antonio Segni, sia per il significato che essa ebbe, sia per il modo in cui avvenne, segnò un momento di arresto nello sviluppo democratico del Paese; e che l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica non a consolidare la svolta moderata iniziata proprio da quel momento, deve servire, ma a riassorbirla e batterla. In caso diverso, nulla di buono ne potrebbe venire al Paese, se non un pericoloso inasprimento della lotta sociale e politica.

Pag. 1 _________________________________

Una triste cronaca politica
Quattro mesi di malattia e di manovre dorotee

Ecco di seguito le tappe della lunga malattia di Antonio – Segni, una malattia che dura da quattro mesi e che ha fatto vivere il paese, le forze politiche, in una continua e estenuante altalena di speranze, di angosce, di certezze subito smentite. Una malattia che il rispetto per la figura umana del Capo dello Stato avrebbe dovuto permettere che si svolgesse, invece che sotto i riflettori dell’attenzione pubblica e nel vivo della polemica politica e delle manovre interessate dei gruppi dorotei, nella serena riservatezza di una vicenda privata.

7 AGOSTO – Nel pomeriggio Segni — appena tornato dalla Sardegna — riceve Moro e Saragat con i quali discute il previsto movimento diplomatico che deve essere approvato dal Consiglio dei ministri, già convocato per le 18. Si saprà poi che Saragat ha discusso vivacemente con Segni circa la scelta del nuovo ambasciatore a Mosca. La discussione viene chiusa, Segni si alza e va a accompagnare i due visitatori alla porta. Crolla a terra di colpo. Saragat racconterà: «L’ho raccolto, pesava quanto un bambino; parlava come se avesse una caramella in bocca». Moro esce e cerca di scuotere un corazziere: «Il Presidente Sta male». Il corazziere resta rigido sull’attenti, secondo gli ordini. Moro grida, accorre gente. «Disturbi circolatori e cerebrali»: è la diagnosi dei professori Giunchi, Challiol e Fontana. La vicenda è appena agli inizi. Il Consiglio dei ministri viene rinviato e si apre la discussione sulle procedure per la sostituzione del Capo dello Stato che, a norma di Costituzione, dovrebbe essere immediata.
8 AGOSTO — Si discute vivacemente sulla sostituzione temporanea o permanente di Segni. Uomini politici e costituzionalisti in ferie ritornano precipitosamente a Roma. Le condizioni di Segni sono «stazionarie», non ci sono complicazioni. Si sa che la paralisi ha colto la parte destra colpendo movimenti e la parola: Segni è alimentato per ipodermoclisi e sta sotto la tenda ad ossigeno. Togliatti, a nome del PCI, manda un messaggio di auguri. 
11 AGOSTO — i medici, su richiesta del governo e dei presidenti delle Assemblee, stendono il bollettino ufficiale atteso già da tre giorni: Segni è «impedito» nello svolgimento delle sue funzioni. È stato colpito da «trombosi dell’arteria cerebrale media sinistra» e giace in stato di «sopore con febbre», impedito nei movimenti e nella favella. Il Consiglio del ministri (inaugurando una procedura abbastanza arbitraria che è stata ripresa anche ieri) prende atto per primo del comunicato. Con procedura altrettanto improvvisata e ritenuta dai più arbitraria non le Camere ma il Presidente del Consiglio e i Presidenti delle Camere chiedono a Merzagora di assumere la carica di Capo dello Stato «supplente». 
12-14 AGOSTO – Le condizioni di Segni sono stazionarie, poi addirittura migliorano. Il professor Giunchi Ehi dichiara che «le condizioni del Presidente sono indubbiamente migliorate, ma certo non possiamo ancora dichiarare il malato fuori pericolo»: ottimismo sorprendente. Si parla di momenti di «perfetta lucidità» di Segni. Ancora ogm non si può dire cosa era nascosto dietro quella ventata certo imprudente di forzato ottimismo. E’ un fatto che essa ebbe per effetto — come volevano i dorotei — il manifestarsi di generale clima di euforia: accantonate le discussioni sulla sostituzione di Segni gli uomini politici ripartirono per le ferie.
Colombo e Carlo Russo, fedelissimi del Presidente. partirono per primi: a titolo di incoraggiamento.
Il compagno Togliatti, all’atto di partire per l’URSS (dove poi fu colpito dal male che doveva stroncarlo nel giro di pochi giorni) manda un secondo messaggio di augurio per la guarigione di Segni. 
14 AGOSTO – Improvvisamente, alle 15. Segni piomba in un profondo torpore. La febbre sale a 39.5 gradi. medici subito accorsi diagnosticano: «Insorgenza di disturbi (diencefalici causati da edema cerebrale con variazioni sensibili della pressione arteriosa». Precipitosamente tutti gli uomini politici tornano a Roma: Merzagora, che non si era mai mosso, continua a essere informato per primo, con complicata procedura, dei bollettini medici. La tensione, a Ferragosto, cresce: nella DC si delinea una lotta senza esclusione di colpi per la successione.
15 AGOSTO – All’alba un nuovo comunicato medico: «Nuovo aggravamento, coma cerebrale». La fine sembra imminente. I giornali non escono e non possono dare la notizia fino al 17; radio e televisione sono reticenti. Il clima creatosi – i primi effetti delle manovre dorotee cominciano a manifestarsi — è tale che è perfino possibile raccogliere voci assai allarmate circa gli sviluppi politici immeditati della vicenda e i suoi eventuali pericolosi, effetti costituzionali.
17 AGOSTO — Le notizie su Segni sono sempre più allarmanti: Segni si va spegnendo, titolano tutti i giornali. Paolo VI affacciandosi al balcone su San Pietro invita a pregare per il Capo dello Stato italiano e, aggiunge, «per un’altra personalità politica attualmente all’estero, colpita dal male»: Togliatti.
19-25 AGOSTO — Le condizioni di Segni vanno migliorando. Incredibilmente i disturbi diencefalici regrediscono, la pressione torna a un livello tollerabile, la febbre diminuisce e anche alcune complicazioni polmonari e renali vengono superate. I dorotei approfittano della nuova situazione per rimettere nel cassetto il gravissimo problema, sempre aperto, del ruolo costituzionale e della inderogabile necessità e urgenza di definire e mettere in moto il meccanismo per la dichiarazione di impedimento e la sostituzione di Segni.
26 AGOSTO — Nel tardo pomeriggio i giornalisti vengono chiamati al Quirinale. Il prof. Brain, medico di Churchill e illustre neurologo, ha visitato Segni. I giornalisti vedono nella notizia il tentativo di creare un diversivo (e come tale è infatti usato dalla TV) per distogliere l’attenzione dai grandiosi, commossi funerali del compagno Togliatti. Un giornalista della Stampa scriverà: «Si voleva creare un diversivo, ma si è trattato di una cartuccia bagnata». Perché Brain ha visitato Segni? Resta comunque la domanda. La voce che si fa circolare è che forse Brain farà riacquistare l’uso della parola al Capo dello Stato. E’ il solito tentativo — con una messa in scena quasi macabra questa volta — per fare credere che ormai Segni è «in via di ripresa definitiva». Sembra inutile aggiungere che di tutti questi intrighi intorno alla sua persona. l’illustre infermo sempre stato all’oscuro.
SETTEMBRE E OTTOBRE — Le condizioni di Segni si mantengono stazionarie, con fluttuazioni tutto sommato irrilevanti. Talvolta, a ottobre, Segni può alzarsi dal letto per qualche minuto e ha ripreso una leggerissima alimentazione liquida e semiliquida per via orale. I medici non emettono più bollettini, ma solo, a differenza di tempo, due comunicati. Tutta la manovra dorotea è ora dispiegata per impedire che di sostituzione di Segni si parli: le elezioni amministrative sono ormai vicine e la questione del Quirinale è uno spinoso pomo della discordia per gli alleati di governo. Meglio quindi mettere in soffitta il problema anche a costo di lasciare aperto l’incostituzionale vuoto ai vertici dello Stato, anche a costo di lasciare sotto l’attenzione dell’opinione pubblica una triste vicenda privata che ormai non potrà avere che sbocchi chiarissimi nell‘impedimento permanente o nelle dimissioni. 
I gruppi comunisti, alla Camera e al Senato, premono intanto per costringere il governo a uscire dal suo incredibile silenzio e a informare il Parlamento sull’andamento di una questione che interessa vitalmente tutto il paese. Il 6 ottobre viene presentata interrogazione dal gruppo del PCI della Camera. Tutti i gruppi parlamentari si accodano: le interrogazioni della DC e dei gruppi di maggioranza puntano a rendere più vaghi i termini delle richieste di notizie e decisioni che sono invece fermissimi nel documento comunista. Moro risponde alla Camera il 16 Ottobre. Una risposta impacciata e reticente: Moro informa di avere presentato quesiti precisi al collegio dei medici di Segni. I medici hanno risposto dicendosi non in grado di dichiarare se l’impedimento del Capo dello Stato è transitorio o permanente. Per fare una simile dichiarazione occorre aspettare – dicono almeno la scadenza di quattro mesi dal manifestarsi del male: il 7 dicembre. Per Moro la questione è chiusa. I dorotei si sentono nuovamente padroni della situazione.
NOVEMBRE — I comunisti presentano una articolata e precisa mozione nella quale si delinea una corretta procedura costituzionale per la dichiarazione di impedimento del Presidente Segni. Il 6 novembre il compagno Ingrao critica in aula la procedura che si è finora adottata: non solo si è creato arbitrariamente un nuovo «organo» costituzionale formato presidenti del Consiglio, della Camera e del Senato (ora «supplente») al di fuori di qualunque consultazione con il Parlamento, ma addirittura, nella formulazione dei quesiti ai medici, il governo ha agito per conto suo. La Camera vota per fissare la data di discussione della mozione comunista: il 27 novembre. Si continua a perseguire il disegno doroteo di rinviare il più possibile (si parla di gennaio) ogni soluzione e comunque di evitare che il problema sia posto in periodo elettorale. La pressione comunista comunque restringe sempre di più i margini della manovra dorotea cui troppo spesso la maggioranza di governo ha dato mano anche se fra ritrosie e proteste (soprattutto di La Malfa). Il 27 novembre Moro risponde nuovamente: si aspetterà il 7 dicembre. Si sa già però che a quella data i medici non potranno ugualmente pronunciarsi per l’impedimento «permanente».
È solo a questo punto, dopo quattro mesi, che le cose precipitano al di là di ogni artificiosa resistenza: una visita di Merzagora e poi una di Moro al Quirinale e quindi, sempre con procedure bizzarre e nel consueto clima di «suspense», le dimissioni di Antonio Segni che sostituiscono la dichiarazione di impedimento.
Il paese, l’opinione pubblica devono ai dorotei, alla loro prepotenza e ai loro intrighi se sono stati chiamati ad assistere alla penosa, talvolta grottesca, spesso drammatica, sempre indegna rappresentazione di un avvenimento doloroso che doveva avere ben altri, limpidi e costituzionali sviluppi.

m.a.