L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – GIUSEPPE SARAGAT – PRIME VOTAZIONI

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – GIUSEPPE SARAGAT – PRIME VOTAZIONI

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 50                           * * Anno XLI / N. 341 / giovedì 17 dicembre 1964

MARIO ALICATA Direttore
LUIGI PINTOR Condirettore
MASSIMO GHIARA Direttore responsabile

 

 


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La prima giornata

TECNICAMENTE nulle, com’era previsto, le prime due votazioni per la elezione del capo dello Stato sono state invece politicamente significative. per una ragione, prima di tutto: che l’on. Leone, candidato ufficiale della DC o meglio del gruppo dirigente «doroteo», non è riuscito nemmeno a ottenere i voti del suo partito ed è ulteriormente calato nella seconda votazione. Già in partenza, dunque, la candidatura perde quota per la sua stessa inconsistenza, e circa un centinaio di democristiani si orientano diversamente, o verso l’on. Fanfani o tenendosi in riserva (schede bianche), o disperdendosi. È una sconfitta anche di prestigio per il gruppo «doroteo», e neppure un’operazione di soccorso da parte di tutte le destre potrebbe attenuarla, tanto il nome dell’on. Leone è lontano da una maggioranza anche semplice. È perciò una sconfitta che altre ne preannuncia e prepara.
LA CANDIDATURA dell’on. Saragat ha ottenuto i voti previsti, ma anche qui c’è un fatto non del tutto scontato e politicamente significativo: l’on. Saragat non è riuscito, neppure nella seconda votazione, ad attrarre su di sé almeno tendenzialmente i voti delle sinistre democristiane. La candidatura del leader socialdemocratico conserva, cioè, solo un valore di contrapposizione nei confronti delle pretese «dorotee», ma senza uscire dagli schemi chiusi del centro-sinistra e senza assumere finora il valore di un possibile punto di incontro di diverse forze democratiche. Nella seconda votazione, a un’iniziale coagulo di voti cattolici di sinistra non è corrisposto un rafforzamento di Saragat ma solo una sua stasi.
IL VOTO di sinistra sul nome di Terracini, infine, non ha neppure solo un valore scontato e simbolico ma un significato che le cifre mettono subito in luce: i 250 voti comunisti si contrappongono allo schieramento democristiano ufficiale come una forza di pari grandezza e si staccano dagli altri schieramenti, affermandosi determinati. Saldati alle finestre laiche, come alle sinistre cattoliche che vanno prendendo corpo, e indicano qual è la maggioranza che può naturalmente formarsi che può prevalere, in quale ambito e in quale arco di forze ricercare le confluenze capaci di portare, dopo la terza votazione ancora necessaria preliminare, a un risultato positivo e a una conclusione democratica della battaglia.
CERTO, lo schieramento parlamentare è estremamente articolato, molte manovre possono ancora essere poste in atto sia dal gruppo «doroteo» della DC sia da altre parti, e multe sono le divisioni che sussistono all’interno delle varie formazioni, salvo che all’estrema sinistra, soprattutto a causa dell’influenza che esercitano gli interessi governativi e dell’ostacolo che viene a una larga e limpida intesa democratica. Per questo, è al paese che bisogna guardare, nel senso che dal paese – del suo voto del 28 Aprile e del 22 novembre – viene senza equivoci la sollecitazione a uno schieramento e a una scelta democratici e perciò necessariamente imperniati su una larga confluenza di tutte le sinistre.
l.pi.


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NEI CORRIDOI DI MONTECITORIO
Giornata di gala nel Transatlantico
Voci e manovre – Il voto a Ungaretti – Battute di Fanfani e Scelba – Una curiosa lettera di Gava e Zaccagnini – La presenza comunista

«Napoli contro tutti»: è stata questa la battuta più popolare, ieri, nel Transatlantico di Montecitorio. Una battuta che si riferisce naturalmente a Leone e alle sue fortune calanti: 319 voti nel primo scrutinio, 304 nel secondo, 95 voti di scarto rispetto al «plenum» di deputati, senatori e delegati regionali d.c. Eppure i parlamentari democristiani si erano impegnati a votare secondo la disciplina di gruppo per il candidato (Leone) che aveva ottenuto la maggioranza ieri l’altro notte dai gruppi stessi. Un deputato d.c. commentava ieri: «Certo, votiamo seguendo la disciplina di gruppo: cioè votiamo ciascuno come abbiamo votato nel gruppo».

Il «crescendo» dei voti fanfaniani dal primo al secondo scrutinio, ha in effetti confermato quell’impressione: i d. c. sono divisi. I nomi che si fanno, ne parliamo in altra parte del giornale, sono quelli di Fanfani e di Pastore. Quest’ultimo, comunque, nell’elenco dei votati non è che con un voto in ambedue gli scrutini. Una questione — evidentemente — di tattica.
Un voto ciascuno lo hanno avuto ieri il poeta Ungaretti (votato evidentemente da qualche amante delle arti e delle lettere), Elisabetta Conci. C.A. Jemolo, e anche Segni. Fanfani. commentando con Tapini, che ha avuto duc voti, le votazioni, gli ha detto: «Ma non sei contento? Hai raddoppiato i voti di un grande poeta, di un grande giurista e«. cosa più difficile, persino di Elisabetta Conci». Elisabetta Conci, come severo e spesso petulante segretario del gruppo democristiano, è il vero terrore dei deputati d.c. E Fanfani continuava a dire a Tupini: «Dillo, dillo che la maggiore soddisfazione la hai avuta per il voto in più rispetto alla Conci».

Incontrando Bosco nei corridoi, ieri mattina, Piccioni gli ha chiesto: «E Fanfani che dice?». «Che non si può dire nulla prima del terzo scrutinio», è stata la risposta. Lo stesso Fanfani si era fermato, dopo il primo voto, con alcuni giornalisti per raccontare che aveva fatto lezione, alle otto, all’università: «Ho spiegato come si fa una buona tesi di laurea: si scrive e quando ci si sente stanchi, dovunque si sia arrivati, ci si ferma e ci si riposa». «Un’allusione alle sue vicende?», ha chiesto qualcuno. «No, no. Comunque, ho spiegato, dopo essersi riposato bene si riprende e con energia maggiore ».

Si sa che i dirigenti moro-dorotei erano furibondi per la votazione nel gruppo d.c. ieri l’altro notte. Con una nuova iniziativa voluta da Rumor per sottolineare la «compattezza» della DC intorno al candidato ufficiale Leone — Gava e Zaccagnini hanno scritto a tutti i capi-gruppo una lettera che, dopo avere informato sulla designazione ufficiale, conclude: «Abbiamo desiderato farvi questa comunicazione ln spirito di colleganza parlamentare e per la comune responsabilità nella scelta del Capo dello Stato ».
La compattezza e serietà del voto comunista, il rifiuto di entrare in piccoli giochi di corridoio e la costante conferma di un punto dl riferimento politico generale in questa scelta di così grande importanza, fanno dei gruppi del PCI il perno – più che ln ogni precedente occasione – di queste votazioni presidenziali. Mai come in queste ore si è visto, concretamente, quanto ridicola, assurda e falsa sia la tesi dei comunisti «esclusi dai gioco parlamentare». Nessun deputato d.c., in questi momenti, oserebbe ripetere la paradossale affermazione fatta tante volte (quando ha ben diverso peso politico) nelle piazze.

Nel Transatlantico domina il blu. Anche i giornalisti sono stati invitati da un apposito cartello affisso nella sala stampa a vestirsi dl blu: «Anche per noi si richiede un colore da candidato in pectore» è stato il commento.
Ogni tanto si formano capannelli: c’è sempre qualche «aspirante» in mezzo che cerca di ingraziarsi gli interlocutori. Si è visto Scelba, per esempio, con Michelini, Almirante e il liberale Cocco-Ortu. «Siete troppo di destra per me» diceva Scelba, e Michelini: «Ma che dici, presidente: Almirante è il capo della sinistra del mio partito e Cocco-Ortu è capo della sinistra liberale. Di destra ci siamo soltanto io e te ».
Sparsi ma ben riconoscibili i deputati altoatesini. Mitterdofer passeggia felice parlando finalmente in tedesco con il suo collega del Senato e con i rappresentanti della sua Regione; la onorevole Bontade, che ha indosso una sorta di vestito di foggia militaresca e di colori da costume tirolese, viene scambiata da un giornalista per una de legata dell’Alto Adige.

Alle 20 di ieri sera i corridoi erano vuoti. Ricomincia tutto stamattina alle 10,30, e non è escluso che il presidente nasca nelle prossime ventiquattro ore. Stamattina il più puntuale dovrà essere l’on. Abate, socialista, che arriva sempre in anticipo (meno fortunato, per il suo nome, di ogni altro collega) per non mancare al momento della «chiama»: è lui infatti il primo.

u.b.


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Stamane nuova seduta al Parlamento per l’elezione del Capo dello Stato dopo le prime due votazioni nulle
Si rivela inconsistente la candidatura Leone
Il candidato della DC ha raccolto prima 319 poi solo 304 dei 399 voti di cui disponeva la DC – Fanfani ottiene 53 voti nella seconda votazione – gli altri partiti del centro-sinistra fermi su Saragat – 251 voti al compagno Terracini

Le prime due votazioni per l’elezione del Capo dello Stato sono andate a vuoto. La terza, per la quale è ancora prescritta la maggioranza dei due terzi degli aventi diritto al voto (642), si svolgerà stamane a partire dalle 10’30. Se, com’è pressoché certo, anche questa andrà a vuoto, è possibile che già nel pomeriggio abbia inizio la serie delle votazioni per cui è sufficiente la maggioranza assoluta (482).

Ecco i risultati delle due prime votazioni:

Le prime due votazioni si sono svolte, la mattina alle ore 10 e il pomeriggio alle 17, in una atmosfera meno solenne del consueto ma forse più inquieta e confusa. Era del tutto scontato. naturalmente, che i due scrutini di ieri non avrebbero portato alla elezione del Presidente, ma il loro risultato è stato più interlocutorio del previsto. Si è avuta l’impressione di essere ancora nella fase in cui ognuno, saggiando più che le proprie forze le intenzioni degli altri, tende a non scoprire veramente le sue carte. Le previsioni della vigilia sono state fondamentalmente rispettate nel senso che il maggior numero di suffragi è andato a Leone, candidato ufficiale della DC., a Terracini, candidato del PCI., a Saragat candidato del gruppo PSI. PSDI. PRI.
Ma il gioco interno delle correnti e dei gruppi si è rivelato ancora cauto. Attorno a Fanfani si sono raccolti nel primo scrutinio diciotto voti che sono però saliti a 53 nel secondo. Contemporaneamente i voti di Leone sono scesi da 319 a 304.

Ieri mattina. fin dalle 9 il Transatlantico era affollato di senatori e deputati: l’indicazione data ai parlamentari ed ai giornalisti di adottare, per l’occasione, l’abito scuro era stata generalmente accolta. In grigio ferro erano due presidenti: l’on. Bucciarelli Ducci e il sen. Zelioli Lanzini. Nessuno dei due aveva ritenuto però opportuno adottare il mezzo tight con il quale il sen. Merzagora partecipava a queste sedute.
Erano passate da pochi minuti le dieci quando il presidente del Parlamento, Bucciarelli Ducci ha dato il via, con le parole rituali, alla votazione «segreta per schede». Il Segretario Franzo, dc. ha iniziato l’appello chiamando per primo a votare il compagno senatore Adamoli. Dietro i presidenti, hanno preso posto i vice presidenti e i questori. Pian piano, dalle dieci alle undici e quarantacinque sono sfilati nel corridoio tra il tavolo del governo e quello della presidenza, tutti i parlamentari italiani (e in mezzo, tra i senatori e i deputati, anche i 13 delegati delle cinque Regioni, tutti presenti), per deporre la loro scheda nella capace urna di vimini e raso verde. Contemporaneamente. nell’emiciclo si riconoscevano Leone, Fanfani, Pastore, Rumor, Lombardi, Scelba, che si scambiavano strette di mano e commenti. Al secondo appello hanno votato Scelba, Evangelisti, Rubeo, Taviani, Bonomi, Vestri. Risultavano assenti, tra gli altri (complessivamente ventidue) i ministri Andreotti e Saragat, gli onorevoli Cingolani, Barzini. Cassiani.

Alle 11.45 la votazione è finita. I deputati e senatori che si erano allontanati dall’aula affollando il Transatlantico e i vari corridoi di Montecitorio, sono ritornati in aula. In alto sono state aggiunte un paio di centinaia di poltroncine rosse che elevano la capacità ricettiva dell’aula a circa ottocento posti. I presenti sono però 940 e molti parlamentari che vogliono seguire lo spoglio delle schede in aula sono costretti quindi a restare in piedi.
Il dott. Cosentino, segretario generale della Camera, assistito dal dott. Palermo estrae una per una le schede dall’urna e le porge già aperte a Bucciarelli Ducci che ne legge il nome. Entrano in funzione a questo punto i due segretari: Fabbri e Delfino. Il primo le prende in consegna ed il secondo segna i voti che riceve ciascun candidato. Ma non sono pochi i parlamentari che, mano a mano che Bucciarelli Ducci scandisce i nomi, tengono il conto degli scrutinati. Zaccagnini ostenta una certa indifferenza e giocherella con una barchetta di carta, Gui legge il . Sui banchi comunisti è Raucci che appare particolarmente attento a segnare tutti i nomi degli scrutinati. Per i liberali è il sen. Battaglia che, circondato dai suoi colleghi di gruppo, si occupa della bisogna. I liberali comunque hanno votato compatti per il loro candidato, Gaetano Martino, che ha ottenuto 55 voti.

Le prime schede sono per Leone, per Malagugini (candidato del PSIUP), per Terracini. La sesta scheda è bianca. La diciottesima è per Saragat. La ventesima è per Bertone, il Senatore dc. che oggi compie novant’anni, ultimo superstite di quel gruppo di cattolici che si riunirono nel 1919 attorno a don Sturzo per lanciare il famoso «appello ai liberi e forti». I missini hanno votato per De Marsanich. I monarchici si sono astenuti. La ventitreesima scheda è per Fanfani, la quarantaseiesima è per Taviani. Poi lo scrutinio prosegue senza emozioni e senza novità. Qualche commento lo suscita l’imprevisto voto che è stato espresso per Giuseppe Ungaretti. Per la cronaca bisogna ricordare che due voti ha ottenuto, come accade ormai regolarmente ad ogni elezione presidenziale, anche il socialdemocratico Paolo Rossi. Un voto è andato anche alla solerte segretaria del gruppo dc. on. Elisabetta Conci. Una scheda recava segnato il nome di Arturo Carlo Jemolo. Qualche risata ha suscitato un voto per Leone Raffaele (deputato democristiano, fanfaniano, ex sindaco di Taranto). Non sono mancate naturalmente nemmeno in questa occasione le schede nulle e, come ormai quasi obbligatorio, abbiamo dovuto registrare anche questa volta la distrazione di un deputato che ha infilato nell’urna anziché la scheda una lettera personale (pare anzi che questa volta si tratti di una prescrizione medica). Lo spoglio delle schede e la proclamazione dei risultati occupano esattamente un’ora. La votazione è terminata al mattino alle 11.45, e all’una e un quarto il Presidente ha dato lettura dei risultati del primo scrutinio.

Nel pomeriggio la votazione è incominciata pochi minuti dopo le 17 e si è protratta fino alle 18.45, dopo di che è iniziato lo scrutinio. Un quarto d’ora dopo già appariva evidente che i voti di Fanfani erano in netto aumento. Su un terzo circa di schede scrutinate infatti egli aveva già raggiunto i 18 voti del primo scrutinio. Dopo pochi minuti usciva dall’urna, accolto con qualche brusio ironico, il nome di Zaccagnini. Anche nello scrutinio pomeridiano l’onorevole Paolo Rossi ha ricevuto i suoi due voti, e un voto la onorevole Elisabetta Conci. L’ammiratore di Ungaretti ha invece rinunciato a riproporlo per la Presidenza della Repubblica. Poi il Presidente ha continuato a leggere i nomi di Leone, Terracini, Martino, Fanfani, sino alle 19.30. Un quarto d’ora dopo venivano proclamati i risultati e il Presidente. con la rituale formula. annunciava a seduta di oggi.


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Oggi seconda giornata di voto per il Capo dello Stato
I dorotei insistono nonostante l’insuccesso iniziale
L’analisi dei voti dc sui nomi di Leone e Fanfani – Immutate le posizioni degli altri partiti

Le prime due sedute del Parlamento in seduta comune per la elezione del Presidente della Repubblica hanno registrato, com’era previsto, una immediata manifestazione della fiacchezza del candidato ufficiale democristiano Leone, una votazione puramente laica, (PSI, PSDI e PRI) attorno a Saragat e una lenta qualificazione di Fanfani, che dalla prima alla seconda votazione ha triplicato i suoi voti iniziali. Questo, in sintesi, il succo della giornata di ieri, che ha veduto spostamenti solo all’interno della DC, mentre tutti gli altri gruppi, sia in prima che in seconda votazione, mantenevano inalterate le loro posizioni tenendo fermi i loro candidati: Saragat, per i tre «laici», Terracini per il PCI, Martino per il PLI, Malagugini per il PSIUP, De Marsanich per il MSI.

Le uniche considerazioni politiche valide, sul significato delle due votazioni, sono possibili nei confronti degli spostamenti interni del gruppo democristiano, dai quali si ricava la esistenza accanto alla candidatura ufficiale, perlomeno di un’altra posizione di forza, quella di Fanfani. Come si ricorderà il nome di Fanfani apparve in alternativa al nome di Leone già nella votazione interna del gruppo democristiano. In quella sede, i calcoli fatti condussero a ritenere che attorno al nome di Fanfani si erano schierati oltre cento deputati d.c. Ieri sera, al termine della seconda votazione, Fanfani era passato dai 18 voti ricevuti nella prima a 53 voti, guadagnandone 35. Secondo i calcoli i trentacinque voti di elettori fanfaniani in più sarebbero il frutto di spostamenti organizzati che avrebbero ricomposto una parte dei voti «fanfaniani» che, in prima votazione, erano stati ad arte dispersi su vari nomi e tra le schede bianche e nulle e gli assenti, per mascherare le posizioni. I 35 voti guadagnati da Fanfani nella seconda votazione avrebbero la seguente provenienza: 15 dai voti di Leone (passato da 319 a 304, con meno quindici), 3 dai voti di Taviani (passato da 11 a 8, con meno tre), 5 dai voti «dispersi» (calati da 19 a 14, meno 5), 5 dalle schede «bianche» (passate da 39 a 34, con meno 5) e 2 dalle schede «nulle», (passate da 4 a 2, con meno 2). Si aggiungano a questi almeno tre dei voti dei 5 assenti che nella seconda votazione hanno votato, e si vedrà che la somma di tutti i voti in meno riportati da Leone, Taviani, schede bianche, nulle, disperse e assenti dà una cifra (33) che si avvicina assai ai voti che Fanfani ha guadagnato dalla prima alla seconda votazione.
La sostanza politica di questa ridistribuzione di voti all’interno del gruppo democristiano indica un dato preciso: mentre il candidato ufficiale (Leone) perde quota Fanfani aumenta. E ciò fin dalla seconda votazione a maggioranza di «due terzi». Un altro dato preciso può ricavarsi dalle votazioni di ieri: gli spostamenti in meno per Leone (e in più per Fanfani) non sono il frutto di «travasi» di voti dall’esterno ma riflettono un fenomeno di «assestamento» nel gruppo democristiano, che indica però un chiaro indebolirsi del candidato ufficiale. Gli spostamenti sui candidati degli altri partiti, infatti, sono stati infinitesimali. Dalla prima alla seconda votazione, infatti, soltanto Saragat e De Marsanich hanno perduto due voti (passando rispettivamente da 140 a 138 e da 38 a 36 voti) mentre gli altri, Terracini. Malagugini e Martino hanno mantenuto le loro posizioni.

La cronaca di ieri ha registrato una serie di riunioni, ufficiali e ufficiose. I direttivi dei gruppi comunisti, dopo la prima votazione, si sono riuniti Montecitorio, insieme alla direzione del Partito, decidendo di rinnovare il loro voto a Terracini. Anche gli altri direttivi si sono riuniti. La decisione di votare per Leone, che era stata annunciata da parte del PLI, è rientrata, per la seconda votazione, e i liberali hanno continuato a votare Martino. Anche i monarchici, che si erano astenuti nella prima votazione, non hanno cambiato posizione, mantenendo il loro voto di astensione.
La ridda di voci, supposizioni e indiscrezioni, aumenta quando dall’esame del voto di ieri si passa alle previsioni sul voto di oggi. Nella sede del gruppo dei deputati d.c., ieri sera, i comitati direttivi dei due gruppi, riuniti alla presenza di Rumor, hanno rinnovato il richiamo alla «disciplina», attaccando Fanfani. Portavoce della reprimenda è stato Zaccagnini, capo gruppo dc della Camera. Rumor, per quanto si sa, ha rivolto un appello alla «disciplina» sollecitato da una esplicita richiesta di Leone. Tuttavia come primo riflesso di questo «richiamo» ieri, accanto al nome di Fanfani, è circolato -in previsione della giornata di oggi – anche quello di Pastore, che figura tra i votati in aula. E’ dunque probabile che, oggi, anche dopo il «richiamo» i candidati democristiani non saranno più due, ma tre, almeno a partire dalla quarta votazione, ammesso che alla quarta si giunga oggi.

Da parte liberale, ieri sera, si è deciso che, salvo novità (cioè un espresso, e marcato invito democristiano a votare per Leone) anche oggi il PLI darà il voto a Gaetano Martino. Da parte del PSI e del PSDI, ieri sera, dopo un incontro fra De Martino, Tanassi, Bertinelli è stato confermato che i tre» continueranno a sostenere la candidatura di Saragat.
Com’era prevedibile, dunque, la giornata di ieri si è conclusa senza novità sostanziali. Resta immutata, per ora, la volontà dorotea di imporre il proprio candidato moderato sia al gruppo democristiano (diviso largamente, nel modo si è visto), sia agli alleati. E resta immutata, per ora, la indisponibilità dei tre alleati a una convergenza attorno a un possibile candidato moderato.

Solo oggi, forse, nel caso di un ulteriore «calo» di Leone, la situazione potrà e aprirsi a nuove prospettive. ln questo quadro la funzione del forte e compatto gruppo del PCI è destinata a giocare un ruolo determinante di chiarezza nella scelta di un nome che rappresenti uno schieramento idoneo a eleggere un Capo dello Stato che sancisca il nuovo esistente nel Paese e nell’elettorato.