L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1978 – SANDRO PERTINI – L’ELEZIONE

Home / Iniziative / L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1978 – SANDRO PERTINI – L’ELEZIONE
L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1978 – SANDRO PERTINI – L’ELEZIONE

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 200                         * * Anno LV / N. 162 / domenica 9 luglio 1978

ALFREDO REICHLIN Direttore
CLAUDIO PETRUCCIOLI Condirettore
ANTONIO ZOLLO Direttore responsabile

 

 


pag. 1 e 2

 

Sale al Quirinale un’eminente personalità del movimento operaio espressione e garante dell’unità democratica della nazione
Pertini  presidente della Repubblica

Eletto con 832 voti di tutto lo schieramento democratico (l’estrema destra ha votato scheda bianca)
La proclamazione da parte del presidente Ingrao accolta da un’ovazione del Parlamento levatosi in piedi
In quel momento si concludeva positivamente una battaglia difficile, talvolta aspra e tortuosa,
in cui i comunisti hanno operato con costante linearità e compattezza perché sui calcoli di parte prevalesse l’unità democratica e popolare

 

Sandro Pertini è stato eletto alla suprema magistratura dello Stato con il più ampio consenso che presidente della Repubblica abbia mai ottenuto in questi trentadue anni di storia della democrazia italiana. Attorno al nome del comandante partigiano, del dirigente del movimento operaio, del protagonista di oltre mezzo secolo di battaglie democratiche, si è raccolto il voto di tutte le forze antifasciste del Parlamento e dei consigli regionali, nel segno di una grande prova di unità nazionale tanto più solenne ed emblematica nel grave momento che il paese attraversa. Pertini ha ottenuto 832 voti su 995 votanti, dei 1011 «grandi elettori». Voti comunisti, socialisti, della Sinistra indipendente, democristiani, repubblicani, socialdemocratici, liberali, e inoltre di PDUP, DP, SVP, Union Valdotaine, e PR. È non solo il più alto numero di voti – in assoluto e in percentuale, oltre l’ 83% – mai concentrato su un nome, ma anche una cifra ben superiore non tanto alla maggioranza assoluta richiesta al sedicesimo scrutinio (516) quant’anche all’altissimo quorum dei 2/3 dell’assemblea (674) richiesto dalla Costituzione per essere eletto già in una delle prime tre votazioni. L’inequivoco senso politico, unitario e antifascista, della votazione è sottolineato infine dalla cinquantina di schede bianche dei missini e dei demonazionali, cui se ne sono aggiunte altre 70, il segno, questo, di una dissidenza nelle file democristiane decisamente ridotta anche rispetto a quanto poteva lasciar supporre il teso andamento dell’assemblea degli elettori dc, svoltasi nella nottata precedente.

Ma quando ieri mattina alle 11 il presidente del Parlamento Pietro Ingrao apre per il decimo giorno consecutivo la seduta dando il via alla nuova votazione, ogni tensione è ormai svanita. L’aula è tornata ad essere gremitissima, così le tribune del pubblico, del corpo diplomatico, dei giornalisti, dei fotografi, degli operatori radio-televisivi. Con l’appello dei senatori – sempre i primi ad essere chiamati, per dovere di ospitalità – cominciano le significative sorprese: per la prima volta ci sono quasi tutti i grandi assenti dei precedenti scrutini. C’è Ugo La Malfa, che prima non si era mai visto (Dov’è Sandro Pertini? Dov’è che lo voglio abbracciare?); e c’è Pietro Nenni, Che era venuto a votare solo il primo giorno e ora siete stanco e commosso tra i suoi compagni di partito. C’è Giuseppe Saragat; non c’è Ferruccio Parri, «Maurizio», le cui condizioni di salute non gli consentono di essere a Montecitorio. Ma ha scritto un affettuosissimo messaggio al compagno di tante avventure, a cominciare da quella dell’organizzazione della fuga di Filippo Turati in Corsica: «Ti prego – scrive Parri a Pertini – di aggiungere idealmente anche il mio ai molti e meritati voti che riceverai».

Compare, improvviso e inatteso, anche Giovanni Leone. È la sua prima «uscita» Pubblico dopo le traumatiche dimissioni. Scarta d’un balzo una equipe televisiva che, in Transatlantico, sta intervistando Ugo La Malfa, ed entra in fretta nell’aula. Gli si fanno intorno Rumor e Lattanzio. Enzo Scotti, ministro del lavoro, che siede accanto Emilio Colombo in un banco a due nella zona più bassa dell’emiciclo, gli cede il posto. Poche strette di mano (tra cui una con Saragat) e poi, quando sta per arrivare il suo turno di voto, il sen. Leone si mette in fila con la scheda in mano. Ha appena votato quando gli si fa incontro Zaccagnini. Una calorosa stretta di mano anche a lui e poi via, dall’aula e dal palazzo, mentre continua l’appello dei «grandi elettori» e lo scandire dei nomi conferma che, dopo dodici astensioni consecutive, tutti i democristiani sono tornati a votare, ad assumere un ruolo attivo nella Grande Elezione. Conclusa la «chiama» dei senatori, comincia quella dei deputati. Una sola assenza di rilievo, quella di Sandro Pertini: com’è tradizione il candidato designato per l’elezione non partecipa alla votazione. E’ la prima volta, in questi giorni, che la bianca figura dell’ex presidente della Camera non appare. In una piccola tribuna, a fianco della Presidenza, c’è la cognata, sorella di Carla Barberis, la compagna di Sandro Pertini. Tra i «grandi elettori» (ma anche tra i giornalisti) sono in parecchi a snobbare il vecchio sistema delle crocette sui grandi fogli quadrettati. Ora impera il minicalcolatore a progressione: premi un pulsante e via via il computer registra la cifra in crescendo. Nei banchi comunisti lo usano, tra gli altri, Dario Valori e Napoleone Colajanni. Tra i democristiani lo impugna Sergio Cuminetti, responsabile del settore industria del suo partito.

La prima scheda che gli passa il segretario generale della Camera Tonino Maccanico, e che il compagno Ingrao legge ad alta e chiara voce, è per Pertini. Altre sei volte consecutive lo stesso nome, poi due « bianca». la decima scheda è segnata Giorgio Amendola: il prestigioso nome che comunisti e indipendenti di sinistra hanno votato ininterrottamente per quindici volte, in un crescendo di consensi esterni al cartello, ritirandone la candidatura solo quando l’altra sera si è concretizzato l’accordo risolutivo di tutte le forze democratiche sul nome di Pertini. Nell’aula c’è un silenzio solenne e carico di attenzione, rotto solo dalla voce cadenzata di Ingrao e – a tratti – dagli ironici brusii che accolgono i voti isolati per Mario Scelba, e più ancora per il palazzinaro romano Gaetano Caltagirone e poi per il vecchio giornalista parlamentare Normanno Messina, l’unica battuta scherzosa che Ingrao si è concessa in questa giornata: «Un omaggio alla stampa».

Alle 12,37 l’atmosfera si riscalda. Pertini ha superato 500 voti e si appresta a toccare il quorum. Ancora pochi istanti e, al 504° voto a Pertini, l’assemblea – senza più attendere le ultime due fatidiche e necessarie schede col suo nome – esplode in un commosso, fortissimo applauso. E intanto tutti si sono levati in piedi. Prima i «grandi elettori» (addestra solo i fascisti restano ostentatamente seduti, mentre i demonazionali sono in piedi ma non battono le mani), poi anche il pubblico e persino i giornalisti che contravvengono così per una volta ad un rigoroso costume che li vuole testimoni freddi e composti delle vicende parlamentari. Anche Pietro Ingrao si è alzato in piedi sorridendo, i con lui il vicepresidente anziano del Senato Edoardo Catellani e quanti siedono alla Presidenza. Durerà quasi due minuti, ininterrottamente, questo applauso che copre le voci di quanti, tra i «grandi elettori», si fanno interpreti dei sentimenti di emozione e di consenso per la scelta del Parlamento. l’applauso si ripeterà ancora parecchie volte e assai prolungato quando 7 minuti dopo l’una Ingrao legge i risultati della votazione: «Pertini 832 voti» e subito dopo quando il presidente del Parlamento pronuncia il tradizionale «Proclamo eletto presidente della Repubblica l’onorevole dottor Sandro Pertini», e ancora al momento in cui, immediatamente prima di dar lettura del processo verbale della seduta (mai il deputato segretario Franco Coccia, comunista, si è mangiato tante parole) Ingrao annuncia che insieme a Catellani si recherà immediatamente a comunicare al neo eletto presidente l’esito della votazione «e il processo verbale che ne costituisce la ratifica». E già siamo al dopo elezione. Cavalleresco, un deputato democristiano, il siciliano Benedetto Del Castillo, grida «Viva il Parlamento». E ancora un caloroso battimani.


pag. 1

Presidente dell’unità nazionale

Nell’omaggio e nell’augurio che i comunisti rivolgono a Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, c’è tutta la stima e il rispetto per una delle personalità più rilevanti dell’antifascismo e del movimento operaio, per uno dei più autorevoli protagonisti della rinascita della democrazia e della costruzione della Repubblica. Nello stesso tempo c’è l’affetto per il compagno assieme al quale, anche attraverso una dialettica di posizioni, abbiamo lottato fianco a fianco sotto il fascismo e nel trentennio repubblicano.

Combattente antifascista

Salutiamo il fatto nuovo che la suprema magistratura della Repubblica sia stata affidala ad uno dei rappresentanti più schietti e rigorosi di quel movimento dei lavoratori italiani che tanto originalmente ha segnato la storia del nostro Paese e dato un’impronta unitaria e profondamente nazionale alle lotte per la emancipazione sociale. Pertini era – e siamo lieti che sia stato infine – riconosciuto uno degli uomini attorno al quale poteva costituirsi, in un momento tanto difficile, un grande consenso democratico, apparendo a tutti come un presidente di unità e di Concordia nazionale. Il vastissimo suffragio con cui è stato eletto conferma che avevamo visto giusto fin dal primo momento, allorché avevamo sottolineato che in questa eminente figura poteva riconoscersi l’insieme delle forze democratiche. Questo nostro convincimento non era frutto di una predilezione aprioristica, ma si fondava sui dati probanti di tutta la vicenda politica di quest’uomo. Una vicenda che appare limpidamente illuminata da valori di fondo: la libertà, il confronto aperto delle idee, la ascesa delle classi lavoratrici, i grandi ideali di giustizia e di rigore morale vissuti come norme di vita e divenuti qualità umane. Non occorre ricordare le vicende del combattente antifascista, il modo come ha affrontato le prove più dure – l’esilio, il carcere, il confino, la lotta di liberazione – saldando la passione politica, la volontà dell’azione e l’agonismo con la fermezza, l’integrità del carattere, l’indipendenza anche nell’essere uomo di partito. Vale piuttosto rammentare che queste qualità della persona sono rimaste una costante anche dopo la vittoria sul fascismo, nelle fasi successive della vicenda socialista e anche quando egli ha assunto incarichi pubblici di grande rilievo come la Presidenza della Camera. Pertini è uomo di estro. Ma nessuno deve errare nel giudizio: egli non ha solo coltivato costantemente il gusto della libertà di giudizio sugli uomini (anche quelli più vicini) e sulle cose. L’inclinazione alla polemica, alla battuta tagliente, l’orgoglio di essere se stesso. Egli ha anche e con eguale costanza mostrato un equilibrio di fondo, il senso della realtà e del giuoco delle forze in campo, la coscienza illuminata dei valori essenziali politici, civili ed umani. Ciò gli ha consentito di essere un presidente della Camera di cui tutti hanno dovuto apprezzare la capacità di presentarsi come punto di riferimento certo per la difesa e l’affermazione delle funzioni del Parlamento attraverso l’esercizio della correttezza e della imparzialità.

Con Pertini ci si può scontrare, direi che spesso era difficile evitarlo. Lui stesso ah tante volte ricordato l’urto, che gli fu doloroso, con la madre, quando al di sopra di ogni affetto pose l’intransigente difesa della sua fede politica. È accaduto a tanti compagni che con lui hanno vissuto i momenti di fuoco della Resistenza e della Guerra di Liberazione (ne hanno reso testimonianza Amendola, Pajetta); ed è accaduto tante volte anche a me, negli anni più recenti nonostante il profondo rispetto e il legame affettuoso, di litigare con lui, magari in genovese. Gli bastava cogliere il mio dissenso nello sguardo, prima ancora che nelle parole, e poteva essere burrasca. Ma aldilà di ogni contrasto non poteva non esserci, e vi è stato, e credo sia accaduto a chiunque abbia avuto consuetudine di lotta e di lavoro, e rapporto aperto di amicizia con Pertini, il riconoscimento di come nel suo agire fossero sempre presenti la schiettezza, il coraggio, la persuasione profonda delle proprie idee, la volontà di operare come uomo di equilibrio e di unità. un combattente vero, dunque: una forte tempra individuale, gelosa della propria indipendenza, segnata da una permanente nota di passione politica e di sentimento umano, ma con un senso profondo della politica e un impulso quasi istintivo per l’impegno unitario, trasfuso non solo nella difficile e spesso aspra vicenda del movimento operaio, ma anche nella dimensione, ancor più delicata, dell’unità democratica della nazione. Anche in frangenti recenti e tragici della nostra vita, il richiamo che da lui è venuto è stato quello dell’esigenza di salvaguardare nel modo più risoluto le grandi conquiste della Resistenza: il regime democratico, la solidarietà ha delle grandi forze popolari, la prospettiva della cooperazione politica.

Un grande uomo del presente

Quest’uomo ha sulle spalle tanta storia e anche tanti anni. Ma non è un uomo del passato. Al contrario credo si debba capire perché egli abbia potuto rivolgersi, In questo periodo così travagliato da una crisi profonda di valori, anche alle giovani generazioni senza impaccio e senza ricevere contestazioni, pur parlando il linguaggio severo del rigore, della scomoda verità. Ciò è potuto accadere perché si è presentato non come custode di idealità antiche, ma come uomo del presente, animato da un forte sentire democratico, da una moralità piena, e uso a fare politica con schiettezza e umanità.
Per questo la scelta di Pertini non è solo la scelta di un uomo degno, ma di un uomo in grado di rappresentare e garantire di fronte a tutta la nazione – alle generazioni giovani e a quelle anziane, ai lavoratori, agli intellettuali – gli ideali fondamentali di un Paese che ha bisogno di intraprendere un’opera difficile di rinnovamento nella solidarietà e nella libertà.

Alessandro Natta