L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1978 – GIOVANNI LEONE – le dimissioni

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1978 – GIOVANNI LEONE – le dimissioni

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 200                         * * Anno LV / N. 142 / venerdì 16 giugno 1978

ALFREDO REICHLIN Direttore
CLAUDIO PETRUCCIOLI Condirettore
ANTONIO ZOLLO Direttore responsabile

 

 


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Si è aperta una crisi delicata al vertice dello Stato

Leone si è dimesso

La decisione del presidente della Repubblica è maturata rapidamente dopo una dichiarazione del PCI che riteneva indispensabile dissipare ombre e stroncare speculazioni attorno al Quirinale, per garantire anche così la stabilità e il corretto funzionamento delle istituzioni

L’atteggiamento degli altri partiti
Un colloquio tra Leone, Zaccagnini e Andreotti
Si è aperta la fase della successione: tra pochi giorni le votazioni a Camere riunite

 

Giovanni Leone si è dimesso. L’atto formale, spesso ventilato in relazione alle polemicheche avevano investito il presidente della Repubblica e la sua famiglia, è stato compiuto ieri sera. Ne ha dato l’annuncio il Quirinale dopo le 20, quando già la notizia aveva avuto modo di diffondersi largamente attraverso i molti canali dell’informazione politica. A questa decisione si è giunti a poche ore di distanza dalla richiesta di dimissioni formulata dalla Direzione del partito comunista.

Lo stesso Leone ha voluto spiegare le ragioni del proprio gesto con un ultimo messaggio, letto dinnanzi alle telecamere. L’atto delle dimissioni è stato consegnato dal segretario della Presidenza della Repubblica, Vezzi, ai presidenti dei due rami del Parlamento Fanfani e Ingrao.
Come vuole l’articolo 86 della costituzione, le funzioni di presidente della Repubblica vengono provvisoriamente assunte dal presidente del Senato, Fanfani, il quale svolgerà la sua attività a palazzo Giustiniani. Entro quindici giorni il presidente della Camera, Ingrao, convocherà l’assemblea dei due rami del Parlamento in seduta congiunta, insieme ai rappresentanti delle regioni, per provvedere all’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Le polemiche che tendevano a coinvolgere il nome del presidente della Repubblica in alcune vicende dallo sfondo non ancora del tutto chiarito (Lockeed, mancato accordo economico con Arabia Saudita, ecc.) si erano fatte più incalzanti nelle ultime settimane. Era stato il nostro giornale – in seguito alla pubblicazione di uno degli articoli dell’Espresso – a porre il problema di un esame attento della delicata materia, «un esame volto non nascondere, ma ad accertare i fatti». E proprio ieri l’Unità era tornata sull’argomento con un corsivo di prima pagina per affermare con molta chiarezza: «Non è pensabile che una situazione così gravida di malessere e quindi di danno per la vita normale delle istituzioni democratiche possa essere lasciata marcire».
Ricordiamo queste parole non tanto per il gusto dell’autocitazione, ma per mettere in rilievo come esse corrispondessero, nella sostanza, a un clima e a uno stato d’animo presenti nell’opinione pubblica e negli ambienti politici. Nelle ultime ore le preoccupazioni si erano fatte più pesanti, e ciò appariva attraverso molteplici segni e dichiarazioni politiche, ma anche cautele e silenzi intorno alle questioni che obiettivamente le accuse a Leone ponevano.

A via delle Botteghe Oscure si è riunita ieri mattina la direzione del PCI. Era stata convocata già da qualche giorno, ma nella sala stampa di Montecitorio questa riunione è stata subito messa in relazione con il problema del Quirinale. Alle 13.30 la direzione era ancora in corso e i giornalisti stavano tempestando l’ufficio stampa di telefonate, alla ricerca di anticipazioni sulle conclusioni cui sarebbe giunto il PCI. Era Gian Carlo Pajetta (rispondendo a una domanda dell’agenzia Italia) a dare notizia si stavano concludendo con la richiesta delle dimissioni di Leone. il flash di agenzia è appena di cinque righe e viene trasmesso alle 13.38. Poco dopo, la dichiarazione dei compagni Natta e Perna, che riportiamo a parte, puntualizza l’atteggiamento comunista: 1) occorre «un atto risolutorio» da parte del presidente della Repubblica in modo che egli possa difendersi nelle sedi opportune; 2) data la situazione, le dimissioni corrispondono a una necessità oggettiva per garantire la stabilità e il corretto funzionamento delle istituzioni.
Uscendo dalla riunione della direzione, Gianni Cervetti conferma che l’atto delle dimissioni potrebbe essere annunciato quanto prima, «anche oggi stesso». Ma ci sarà -chiede un giornalista -una spinta verso le elezioni anticipate? «Può darsi – risponde Cervetti – che qualcuno possa pensare a elezioni anticipate. Certamente il PCI è contrario».

In quelle stesse ore tutto il mondo politico romano era in movimento. Nella sala stampa si attendeva la diffusione di un’intervista di Leone, poi annunciata attraverso i canali dell’Ansa. Si era detto che il testo sarebbe giunto a mezzogiorno, poi alle 13, ma l’attesa si è prolungata invano. Intanto Zaccagnini e Andreotti lasciavano una riunione del vertice democristiano in corso al piazza del Gesù e si recavano insieme al Quirinale. Il colloquio con Leone durava circa un’ora e si concludeva senza nessun comunicato. Subito dopo si è diffusa in tutti la sensazione che l’intervista del presidente della Repubblica non sarebbe stata più diffusa. Del contenuto di questa intervista – che qualcuno ha potuto leggere – si è parlato. Si tratta secondo quanto si è saputo, di un lungo testo di una quindicina di cartelle che nella prima parte si diffonde sulle accuse che specialmente negli ultimi mesi sono state rivolte a Leone, per confutarle, e che nelle battute finali affronta anche alcune questioni politiche, dando l’impressione di voler stabilire anche su questo terreno una linea di difesa. Il punto che Leone avrebbe avuto intenzione di sollevare sarebbe in sostanza quello del semestre bianco, cioè del periodo terminale di ogni settennato presidenziale nel corso del quale il capo dello Stato perde la facoltà di sciogliere il Parlamento. In passato, Leone è stato contrario al «semestre bianco» -il quale esiste in forza di un articolo della costituzione – e in diverse occasioni ne ha chiesto l’abrogazione. Con la sua intervista, evidentemente, egli non voleva soltanto ricordare questi precedenti di una polemica a sfondo istituzionale, ma voleva soprattutto collegare le sue eventuali dimissioni al pericolo di una pratica cancellazione del «semestre bianco» alla vigilia dello scatto del meccanismo del suo inizio (30 giugno).

L’Ansa, con una propria nota, ha confermato l’esistenza dell’intervista di Leone («era stata concordata fin dall’altro ieri»), soggiungendo tuttavia di non averne mai avuto il testo. L’atteggiamento della DC, in questa giornata cruciale, non è stato subito riassunto in un documento ufficiale. Dopo la riunione del «vertice» democristiano a piazza del Gesù, tuttavia, alcune dichiarazioni sono apparse inequivocabili e in esse non è stato difficile leggere anche un preannuncio di ciò che sarebbe avvenuto nel pomeriggio, dell’apertura della crisi al Quirinale. Il presidente dei senatori democristiani, Bartolomei, ha detto che quello della Presidenza della Repubblica è «un nodo che doveva essere sciolto». E il capogruppo dei deputati Piccoli ha ribadito questa stessa dichiarazione, pur rilevando« asprezze» e «superficialità» della campagna stampa sulla famiglia Leone. «Resta il fatto – ha dichiarato Piccoli –che il presidente stesso nella sua sensibilità, più volte manifestata in privato, scioglierà il problema in una espressione che sarà, certo, di grande dignità e di servizio al bene comune».

Ancora prima dei dc aveva parlato La Malfa, interrogato dai giornalisti all’EUR, dove erano in corso i lavori del Congresso repubblicano. Il leader del PRI ha commentato soprattutto la decisione della Direzione comunista. «Non credo – ha osservato – che la richiesta del PCI possa avere influenza sul quadro politico. Il PCI, evidentemente, dopo aver valutato gli ultimi avvenimenti, ha maturato un’esigenza che non ha valore politico (evidentemente il presidente repubblicano si riferiva a possibili contraccolpi sull’attuale equilibrio politico). Sarebbe un errore dare a queste valutazioni un significato politico». Infine La Malfa ha affermato che «ogni esigenza politica si deve fermare di fronte al mantenimento delle istituzioni».
Craxi ha annunciato per oggi una riunione della Direzione socialista. Nel Psi, ha detto, è in corso una consultazione condotta dalla segreteria sul problema delle decisioni da adottare circa la «condotta socialista per l’elezione del nuovo capo dello Stato». Il segretario socialista ha riconosciuto che lo stato di difficoltà e di malessere per le polemiche sulla Presidenza della Repubblica si è andata aggravando. « Una chiarificazione – ha soggiunto – non può essere rinviata, si impone quindi una decisione e un’assunzione di responsabilità che sia rispettosa del diritto delle persone e del preminente interesse delle istituzioni». Anche i liberali avevano chiesto un «gesto autonomo e decisivo del presidente Leone». Ma veniamo alle reazioni e ai commenti suscitati dalle dimissioni di Leone. Prima di tutto a quello della DC. Il comunicato di piazza del Gesù è imperniato sulla affermazione che quella del presidente della Repubblica è una decisione «esemplare», la quale «stronca ogni possibilità di non limpide manovre rivolte contro l’istituto della Presidenza della Repubblica». Da qui la «gratitudine e la piena solidarietà» della DC al senatore Leone.


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Le ragioni della decisione

Le dimissioni di Giovanni Leone dalla Suprema carica dello Stato costituiscono un fatto di eccezionale rilevanza istituzionale e politica tale da sottolineare la delicatezza della situazione italiana. Per questo è necessario intenderne con esattezza la portata, le motivazioni, le conseguenze.

La decisione di Leone risponde a non più eludibili ragioni oggettive. La situazione creatasi a seguito delle ricorrenti allusioni (circa la condotta degli affari privati e il presunto intreccio tra essi e le funzioni pubbliche ricoperte nel passato) A reso inevitabile l’unico atto capace di porre su una base di chiarezza e di correttezza i due aspetti del problema: il diritto di Giovanni Leone di tutelare la propria onorabilità tramite gli strumenti ordinari che la legge pone a disposizione di ogni cittadino, e il dovere politico di fugare ogni ombra e liquidare ogni possibile speculazione e manovra attorno alla più alta magistratura repubblicana. Continuare nell’avvilente stillicidio delle smentite ufficiose o familiari, degli atti giudiziari d’ufficio, avrebbe significato far marcire la situazione, con grave danno per il prestigio e la stabilità delle Istituzioni.
Questa esigenza di chiarezza era da tempo sentita dalle forze democratiche, e in particolare dal PCI come risulta da quanto siamo andati scrivendo su questo giornale. Essa è stata resa esplicita, netta, nella dichiarazione di ieri mattina dei compagni Perna e Natta a nome della Direzione e dei direttivi dei gruppi parlamentari. Il senso di questo atteggiamento del PCI è assolutamente chiaro e coerente con tutta la sua azione: difendere e rafforzare le istituzioni repubblicane. Non può, non deve esservi scissione tra la fermezza contro i nemici dichiarati della Repubblica e contro gli attacchi della demagogia e del qualunquismo, del rigore nell’affermare la trasparenza, l’insospettabilità., la credibilità di ogni carica, di ogni aspetto della nostra democrazia.

Ha accolto un’esigenza
Deve essere dato atto al sen. Leone di avere accolto questa esigenza di fondo. Il suo gesto non può essere inteso come resa ad una campagna scandalistica. È invece un contributo alla stabilità democratica, al rispetto e al consolidamento dell’autorità dell’Istituto presidenziale, alla lotta contro possibili manovre che, tramite una crisi istituzionale, fossero volte a colpire i delicati equilibri del Paese.
Nel momento in cui il ciclo presidenziale di Leone si chiude con un atto che è, allo stesso tempo, traumatico e costruttivo, bisogna esprimere un sereno giudizio sul suo operato, volutamente prescindendo dagli aspetti (che dovranno essere chiariti nella sede propria) che hanno formato oggetto delle note accuse di un settimanale.
Giovanni Leone è stato come parlamentare, come esponente democristiano come presidente del consiglio, un’esponente di quell’area moderata della DC che ha costituito il nerbo del centrismo, prima, e di una versione immobilista del centrosinistra, poi. Lo ricordiamo candidato del centrodestra nell’elezione presidenziale del 1964, battuto dallo schieramento democratico che portò al Quirinale Giuseppe Saragat. Lo ricordiamo alla testa di governi balneari, nelle fasi di crisi del centrosinistra, espletare un ruolo notarile e orientare la propria azione in sintonia con gli orientamenti del suo partito, rispetto al quale appariva più come leale esecutore che come protagonista. Ma lo ricordiamo anche equanime e pungente presidente della Camera e, in particolare, intelligente mediatore in Senato nella delicata fase del varo della legge sul divorzio. Poco dopo, nel dicembre 1971, egli fu al centro della drammatica battaglia per la successione a Saragat.

Nel quadro democratico
Confermiamo oggi le ragioni di quella battaglia, nostra e delle sinistre laiche e cattoliche, in cui si trattava di contrastare il tentativo di rivincita moderata sul 1968. Spaccata la maggioranza di centro-sinistra, il grosso della DC proteso nella rincorsa al consenso conservatore, Leone fu espresso dai gruppi democristiani in luogo di Aldo Moro con l’intento di segnare, appunto, una svolta moderata di tutto il quadro politico. Egli veniva così caricato di un ruolo che non poteva non apparire involutivo e perfino inquinato dall’appoggio fascista. Fu il paese a bloccare quella involuzione e scandire, con le tappe del 1974, 1975 e 1.976, una svolta progressiva. Ma va riconosciuto che, benché segnata da quel preoccupante marchio iniziale, la presidenza Leone non può essere accusata di avere frapposto ostacoli all’evoluzione del quadro democratico. In ogni circostanza in cui fossero implicati i suoi poteri, egli si è mostrato rispettoso dei limiti delle proprie prerogative costituzionali, talvolta esprimendo con dignità richiami al messaggio riformatore della Costituzione e alla Resistenza come matrice della Repubblica. Va dato atto a Giovanni Leone che egli non ha mai giocato la carta della discriminazione anticomunista, rimettendosi sempre agli orientamenti che maturavano nel Parlamento e nelle forze politiche democratiche. Ha esercitato il diritto di inviare messaggi alle Camere, mostrando particolare preoccupazione per i problemi istituzionali. Ha seguito l’opera del governo le vicende spesso drammatiche e sanguinose della nostra democrazia nell’ambito dei propri poteri. Può semmai essergli rimproverato un’insufficiente sensibilità per il dialogo diretto col Paese nei momenti in cui maggiormente doveva sentirsi l’unità della nazione.

Adesso la Repubblica attende il suo nuovo presidente: dovrà più che mai rappresentare la solidarietà del nostro popolo, le aspirazioni di giustizia e di progresso, il bisogno grande di unità democratica.


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La nota della direzione e dei parlamentari del PCI

ROMA – Ieri mattina, al termine della riunione della direzione del PCI e dei direttivi dei gruppi parlamentari comunisti, e stata diffusa la seguente nota dei compagni Perna e Natta, presidenti dei gruppi dei senatori e dei deputati comunisti:

«Riteniamo che la situazione estremamente delicata che si è venuta a determinare per la posizione istituzionale del Presidente della Repubblica renda opportuno, a questo punto, un atto risolutore da parte dell’on. Giovanni Leone, tale da consentirgli di affrontare, in piena libertà e senza inevitabili condizionamenti della carica, la difesa del suo operato. Le dimissioni del Presidente appaiono, d’altra parte, suggerite dall’esigenza di dissipare ombre e stroncare speculazioni attorno alla più alta magistratura della Repubblica, per garantire anche la stabilità e il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche».