L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – GIUSEPPE SARAGAT – la elezione

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1964 – GIUSEPPE SARAGAT – la elezione

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 50                           * * Anno XLI / N. 351 / martedì 29 dicembre 1964

MARIO ALICATA Direttore
LUIGI PINTOR Condirettore
MASSIMO GHIARA Direttore responsabile

 

 


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Stroncata la preclusione anticomunista pretesa dai dorotei per la elezione del Capo dello Stato
SARAGAT PRESIDENTE
coi voti determinanti del PCI e del PSI
Come si è giunti alla svolta nelle trattative fra PCI, PSI e PSDI
La dichiarazione di Saragat di richiesta dei voti ai partiti democratici e antifascisti
La rinuncia di Nenni e il documento della Direzione del PCI – le lettere di De Martino e Tanassi al PCI
La posizione del PSIUP – Rabbiosa reazione delle destre al voto determinante del PCI per Saragat
A Moro l’interim degli Esteri – Oggi il Consiglio dei ministri

Alla 21^ votazione di ieri pomeriggio, Giuseppe Saragat è stato eletto Presidente della Repubblica, con il voto determinante del PCI che ha aderito alla richiesta del PSI e del PSDI di far convergere i suoi voti su Saragat dopo il ritiro della candidatura di Nenni. L’analisi del voto dimostra con chiarezza che senza i voti comunisti ancora ieri la elezione del Capo dello Stato sarebbe stata resa impossibile. Saragat ha infatti ricevuto 646 voti: il che significa che senza i 251 voti del PCI (253 meno due assenti) Saragat, malgrado i voti del PSI e del PSDI, non avrebbe ottenuto dalla DC i voti sufficienti a superare il quorum di 482 voti. Senza i 251 voti comunisti, Saragat avrebbe avuto solo 395 voti. Anche alla 21″^ votazione, infatti., la DC si è presentata senza essere in grado di assicurare a Saragat più di 250 voti. Nella DC, gli scelbiani hanno votato contro disperdendo i voti su Paolo Rossi, Leone e nelle schede bianche: hanno votato «scheda bianca» inoltre, i «fanfaniani» e presumibilmente alcuni «basisti», mentre «Forze nuove» ha votato per Saragat.

LA SVOLTA NELLA TRATTATIVA

La svolta nella trattativa fra i partiti, si è avuta quando, dopo il comunicato dei direttivi dc che si pronunciava contro la trattativa sui voti del PCI, da parte socialdemocratica è venuta in luce la volontà di proseguire il negoziato e giungere ad un accordo comune, tra PSI, PSDI e PCI far convergere i voti su Saragat.
Ripresa la trattativa a tre tra PCI, PSI e PSDI, che nei giorni precedenti la DC aveva cercato di spezzare con il veto anticomunista, l’on. Saragat forniva una sua dichiarazione di richiesta di voti a tutti i partiti democratici e antifascisti dell’assemblea, senza eccezione, che veniva trasmessa da Tanassi a Longo, con una lettera. La dichiarazione di Saragat – resa pubblica poco prima della ultima votazione – dice testualmente: «HO posto per la seconda volta la mia candidatura a Presidente della e mi auguro che sul mio nome ci sia confluenza dei voti di tutti i Gruppi democratici e antifascisti». Nel comunicare al Partito comunista il testo di questa dichiarazione che stabiliva un rapporto nuovo tra Saragat e i gruppi ignorando la preclusione anticomunista contenuta nel «diktat» doroteo, l’on. Tanassi indirizzava a Longo la seguente lettera: «Caro Longo, la dichiarazione di Saragat che ti accludo mi pare rappresenti la conclusione del colloquio nel quale abbiamo cercato di trovare una soluzione positiva per la elezione del Presidente della Repubblica».

IL COMUNICATO DELLA DIREZIONE DEL PCI

La direzione del PCI – che nel frattempo aveva avuto comunicazione diretta della lettera di rinuncia del compagno Nenni – stilava un comunicato che, riassumendo i termini entro cui era maturata la trattativa con il PSI e il PSDI, decideva di proporre ai gruppi comunisti di votare per Saragat.
«La Direzione del PCI – dice il comunicato – in coerenza con la linea seguita fin dal primo momento per giungere alla elezione del Presidente della Repubblica e precisata chiaramente nelle deliberazioni approvate dalla Direzione e dalla Segreteria nel corso della battaglia parlamentare; preso atto della informazione del compagno Longo sui contatti e i colloqui con dirigenti e personalità di tutti i partiti e gruppi democratici e di sinistra; presa coscienza della lettera con cui il compagno Nenni rinuncia alla propria candidatura e di quella della direzione del PSI che rivolge a tutti i gruppi che l’hanno sostenuta l’invito a determinare con i loro voti l’elezione dell’on. Saragat; avendo ricevuto la dichiarazione con cui lo stesso on. Saragat  chiede a tutti i partiti democratici e antifascisti senza eccezione di sostenere la sua candidatura: ritiene che la situazione che in tal modo si è creata consenta la convergenza determinante dei voti comunisti ed invita i gruppi parlamentari comunisti a votare nel 21° scrutinio il nome dell’on. Saragat».
Prima della 21^ votazione i Gruppi parlamentari del PCI, riunitisi a Montecitorio, discutevano e approvavano la proposta della Direzione del partito.


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Alle 11 la cerimonia di insediamento
Oggi a Montecitorio giuramento e messaggio
La «fumata bianca» ieri alle 19 alla Camera

Il nuovo Presidente della Repubblica italiana, Giuseppe Saragat, si recherà questa mattina alle 11 a Montecitorio per prestare giuramento davanti alle Camere che torneranno a riunirsi ancora una volta in seduta comune. Pronunciata la rituale formula del giuramento, l’on. Saragat darà lettura del messaggio presidenziale. Subito dopo si recherà al Quirinale per l’insediamento ufficiale: il corteo, da piazza del Parlamento, percorrerà via del Corso, Piazza Venezia, Via XXIV Maggio. A Piazza Venezia il corteo farà una sosta, durante la quale il sindaco di Roma rivolgerà al presidente Saragat il saluto della Capitale. La televisione italiana trasmetterà in presa diretta la cerimonia, a partire dalle 10.55 di questa mattina.
La proclamazione di Giuseppe Saragat a Presidente della Repubblica è stata fatta ieri sera alle 19.03 precise dall’on. Bucciarelli Ducci, presidente della Camera. Un lungo applauso di tutta l’assemblea in piedi cui si sono associati, nelle loro tribune, il pubblico e i giornalisti, ha salutato l’avvenuta proclamazione. I deputati missini sono restati seduti; i liberali si sono alzati senza applaudire. Improvvisamente, mentre l’applauso si spegneva. l’on. Covelli ha gridato: «Viva la monarchia!» C’è stata qualche protesta sui settori della sinistra. Ma l’episodio è stato subito ricondotto al carattere folkloristico che gli spetta.
E’ terminata così ieri sera, poco dopo le 19, con la lettura dell’ultimo processo verbale, la seduta dell’Assemblea convocata mercoledì 16 dicembre per la elezione del Presidente della Repubblica. La seduta ha occupato esattamente tredici giorni: è la più lunga che il Parlamento italiano ricordi.

Subito dopo la proclamazione il presidente Bucciarelli Ducci si è recato, con il presidente supplente del Senato Zelioli-Lanzini, a comunicare all’on. Saragat la notizia della elezione e il processo verbale che ne fa fede.
Il quinto Presidente della Repubblica italiana è stato eletto con 646 voti. L’apporto dei 253 voti comunisti si è rivelato quindi determinante per il raggiungimento della maggioranza necessaria di 482 voti. Alla decisione di votare per l’on. Saragat i gruppi parlamentari del PCI erano giunti, su proposta della Direzione del partito, nel corso di una riunione che era stata convocata per le ore 16, un’ora esatta prima dell’inizio del 21° scrutinio. Fino a quel momento erano in corso infatti – e si erano moltiplicati per tutta la mattina – contatti e colloqui tra i dirigenti del nostro partito e i rappresentanti gli altri gruppi. Dopo il ventesimo scrutinio che aveva avuto luogo nel corso della mattinata, il compagno Nenni aveva rinunciato alla sua candidatura invitando quanti lo avevano sostenuto a riversare suoi voti Saragat. Contemporaneamente una dichiarazione dello stesso on. Saragat toglieva alla sua candidatura il carattere discriminatorio che la DC aveva tentato di darle: l’on. Saragat infatti chiedeva esplicitamente’, come già aveva fatto l’on. Tanassi nel colloquio che aveva avuto luogo sabato con il compagno Longo, i voti di tutti i gruppi democratici ed antifascisti.
La notizia della decisione del gruppo comunista si diffondeva rapidamente in aula e nel Transatlantico. La votazione cominciava quindi alle ore 17, in una atmosfera diversa: era ormai certo che due ore dopo sarebbe stato eletto il Presidente della Repubblica.

Le tribune del pubblico e della stampa sono gremite. Quando Bucciarelli Ducci indice il ventunesimo scrutinio è il compagno Magno, segretarlo alla presidenza, che inizia la «chiama». Prima la volta dei senatori, poi dei rappresentanti regionali, poi dei deputati. Saragat risulta assente. Quando Nenni depone la sua scheda nell’urna è salutato da un applauso dei settori della sinistra. L’on. Leone è in aula, stringe la mano di Malagugini, Lombardi, Malagodi. Si astengono, in blocco, al secondo appello, senatori e deputati del PDIUMI.
Sono le ore 18.16 quando il presidente, mettendo mano alla «martinella» ripete la formula consueta: «Dichiaro chiusa la votazione e procederò io stesso allo scrutinio». La voce di Bucciarelli Ducci è più affaticata del solito e infatti, nel corso dello scrutinio, egli sarà costretto più di una volta a por mano al bicchiere d’acqua zuccherata che gli sta di fronte.
Si accendono i riflettori della televisione. Nelle tribune del pubblico la maggioranza delle signore indossa abiti chiari.
La prima scheda è bianca; la seconda è per Saragat. Nessuno segna più i voti, ormai, nell’aula.
Colombo siede, rigido, nell’ultimo banco di uno dei settori del centro; stringe con le due mani la tavoletta del banco ricoperta di feltro verde. Resterà lì, solo, fino alla fine della seduta. Altri leader d c. fanno crocchio: attorno a Moro ci sono Carlo Russo e Salvi. Zaccagnini scambia qualche parola con Gava. Si avvicina a loro Mariano Rumor e chiede un posto. A mano a mano che si procede nello scrutinio l’aula si fa sempre più affollata.
C’è ancora qualche voto per Paolo Rossi. I liberali continuano a votare Martino, i missini De Marsanich, il PSIUP vota scheda bianca. Dietro Bucciarelli Ducci che ripete il nome di Saragat è schierato l’Ufficio di Presidenza della Camera: la compagna Rodano vice presidente, il d.c. Restivo, il compagno Lajolo, l’on. Buttò e Bozzi. Sono presenti in aula tutti i leader dei vari partiti. Longo è seduto nel primo settore di sinistra; i compagni Ingrao e Amendola stanno in piedi nel corridoio che divide i due settori dell’estrema. Esce ancora per due volte il nome di Pastore, una volta il nome di Mattarella e due il nome di La Pira.

I banchi e l’emiciclo si fanno sempre più affollati a mano a mano che si procede nello scrutinio. Quando alle 18.47 Saragat ha raggiunto la maggioranza dei 482 voti necessari, l’assemblea si alza in piedi ad applaudire. Restano seduti i liberali e le destre. In piedi, ma senza applaudire, riconosciamo tra le centinaia di parlamentari, uno vicino all’altro. Paolo Rossi e Gaetano Martino.
Bucciarelli prosegue a leggere rapidamente le schede; i ministri si avvicinano al banco del Governo. Moro è seduto tra Gui e Preti. Nenni è assente. Reale non trova più posto tra i ministri, ma si avvicina a salutare il Presidente del Consiglio. Colombo resta seduto al suo posto di deputato. Sono le 18.57. lo scrutinio è finito.
Qualche minuto di sosta. Poi Bucciarelli Ducci comunica i risultati e proclama eletto il quinto presidente della Repubblica Italiana.


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Il senso di una vittoria

L’ELEZIONE di Giuseppe Saragat a Presidente della Repubblica avvenuta ieri al XXI scrutinio, dopo tredici giorni di votazioni, rappresenta la conclusione d’uno scontro politico troppo aspro, e perfino accanito, perché in questo momento – al saluto e all’augurio nostri sinceri verso il nuovo Capo dello Stato – non si aggiungano almeno alcune prime e rapide valutazioni sul significato della complessa e drammatica vicenda appena arrivata al suo termine.
L’andamento e la conclusione di tale vicenda sono caratterizzati da due elementi che dominano su tutti gli altri: la duplice, bruciante sconfitta subita dal gruppo doroteo, e la profonda crisi politica che scuote la Democrazia cristiana. A testimonianza di quest’ultima ci limiteremo per il momento a mettere in luce non solo le lacerazioni pressoché insanabili che hanno fino all’ultimo diviso i gruppi parlamentari democristiani, la cui direzione «controlla» non più di 250 voti ed è quindi solo apparentemente alla testa del partito di maggioranza relativa, ma anche la debolezza e intrinseca incapacità di direzione politica manifestate dal gruppo doroteo. Non si può dirigere solo con l’ostinazione e la prepotenza. E soprattutto non si può, solo con l’ostinazione e la prepotenza, ritenere di imporre la propria volontà al partito di cui si è alla testa e, specialmente, agli altri partiti, specie quando fra questi altri partiti si colloca una forza politica come la nostra.
Di qui la duplice sconfitta dorotea. Quella, bruciante, della notte di Natale, quando la D.C. fu costretta a ritirare la candidatura Leone, che Colombo s’era impegnato di far passare a tutti i costi, «anche a costo di ottanta votazioni». E quella, non meno bruciante, di ieri, quando il gruppo doroteo è stato costretto ad accettare che la candidatura Saragat – per iniziativa di Saragat stesso con la sua richiesta del voto a tutti i partiti democratici e antifascisti (e fra questi al nostro partito) e per iniziativa del PSDI, che riconfermava la trattativa intercorsa due giorni prima e poi non portata al suo termine per l’intervento della D.C. – si scuotesse di dosso l’ipoteca dorotea e discriminatoria che l’aveva per quarantotto ore bloccata in un vicolo cieco.
NELLA conclusione della crisi presidenziale e nell’accesso di Giuseppe Saragat al Quirinale il nostro Partito ha avuto un ruolo determinante, e non solo per rapporto dei voti (senza i voti comunisti, anche nell’ultima votazione, Saragat non avrebbe superato i 400 voti!). Determinante è stato anche lo sblocco della situazione politica da noi provocato con la nostra decisione di far convergere i nostri voti su Saragat, favorendo così la convergenza sulla stessa candidatura dei voti di una parte delle forze di sinistra d.c. e dei voti del PSI, che con fermezza aveva escluso il proprio appoggio ad una candidatura fondata sulla discriminazione a sinistra.
Tale conclusione della vicenda presidenziale corrisponde cosi alla linea che ci eravamo tracciata fin dall’inizio e che nessuna prepotenza dorotea ha avuto naturalmente la forza e la capacità di farci modificare.
Fin dalle prime votazioni noi avevamo dichiarato che i voti comunisti, concentrati all’inizio sul nome cosi significativo del compagno Terracini, si sarebbero riversati su quel candidato, della sinistra laica o cattolica, che avesse dimostrato maggiori possibilità di unire attorno al suo nome il largo arco di forze democratiche necessario alla sua elezione.
Perciò, quando la candidatura Saragat si presentò come una candidatura dei tre « partiti laici » del centro- sinistra contrapposta non solo alla candidatura di Leone ma ad un’altra possibile candidatura unitaria laica o cattolica (Nenni, Fanfani, Pastore) noi non l’appoggiammo.
Perciò, quando con la rinuncia di Pastore e di Fanfani scomparve la possibilità di ottenere quest’unità su uno di questi due nomi, noi concentrammo i nostri voti sul compagno Nenni – che aveva posto intanto la sua candidatura come unico sicuro punto di riferimento unitario, in quel momento, delle forze di sinistra.
Perciò, d’accordo con i compagni del PSI, quando la candidatura Saragat si ripresentò con caratteristiche diverse da quelle richieste, noi non le demmo all’inizio, ancora una volta, il nostro appoggio.
Perciò, il nostro appoggio decisivo, d’accordo con i compagni del PSI, noi l’abbiamo dato soltanto quando essa – in seguito alla generosa rinuncia del compagno Nenni e in seguito all’iniziativa di Saragat e del PSDI di rifiutare le preclusioni dorotee – si presentava oramai come l’unica rispondente alle condizioni politiche da noi preconizzate. Tale carattere acquistato dalla candidatura Saragat, come candidatura unificatrice di un largo arco di forze democratiche e di sinistra, è del resto sottolineato dalla violenta reazione della stampa di estrema destra di ieri mattina dinnanzi all’ipotesi che essa potesse riuscire vittoriosa con l’apporto determinante (e politico e di voti) del PCI e dalla non meno violenta reazione di Scelba, del PLI e dell’estrema destra monarchica e fascista.
NON sarebbe tuttavia giusto tacere il fatto che il carattere unificatore di un largo arco di forze democratiche e di sinistra assunto dalla votazione sul nome di Saragat e il peso preponderante che nel suffragio hanno i voti di sinistra (circa quattrocento contro i 250 voti – scarsi – democristiani) sono incrinati dalla decisione del PSIUP di non convergere su di esso, dalle diversità di opinioni che si sono manifestate in seno al PSI a questo proposito, e anche dall’atteggiamento di riserva mantenuto da una parte delle forze democristiane di sinistra, specie fanfaniane.
Ci tocca però qui l’obbligo di dire che la lotta contro la prepotenza dorotea sarebbe stata più facile, e forse ci avrebbe portati già da più giorni alla vittoria, se reciproche preclusioni ed esclusivismi non fossero apparsi fin dall’inizio anche in seno alle forze di sinistra laiche e cattoliche, rendendo purtroppo chiaro, ad un certo momento, che assai difficilmente su uno qualsiasi dei nomi sul tappeto (Nenni, Saragat, Fanfani, Pastore) si sarebbe potuta realizzare l’unità di «tutte» le forze di sinistra, che pure disponevano da sole di una larga maggioranza del Parlamento.
Né è da sottovalutare il fatto che ad un certo momento Pastore e Fanfani – ai quali va dato atto della tenacia e della fierezza con cui hanno condotto la battaglia antidorotea – non sono apparsi in grado di sbloccare la situazione cristallizzatasi nel loro partito, e che dunque una eventuale «bruciatura» della candidatura Saragat, piuttosto che favorire il lancio di una nuova candidatura cattolica maggiormente «unificatrice», poteva aprire il varco alla avanzata d’una candidatura dorotea di ricambio, se non addirittura della «vera» candidatura che i dorotei avevano in serbo.
Sono questi problemi di analisi politica, che noi pensiamo i compagni del PSIUP e gli amici della sinistra democristiana non mancheranno di valutare, anche in vista dell’azione futura e dell’unità, per la quale noi continueremo a combattere. di tutte le forze della sinistra laica e cattolica.
Resta intanto il fatto positivo che l’«orgoglio doroteo» è stato umiliato. Resta il fatto che una larga parte della sinistra ha saputo in questi giorni ritrovare, in questa battaglia, una leale e fraterna unità, che non potrà non incidere nel futuro, non solo nei rapporti fra il PCI e il PSI, ma fra il PSI e il PSIUP, e nei rapporti fra il PCI e le sinistre democristiane. E resta il fatto – non dimentichiamolo – che, al di là di ogni immediata strumentalizzazione politica, con l’accesso di Giuseppe Saragat al Quirinale è stato spezzato il monopolio democristiano di tutti i centri di potere dello Stato, e la suprema magistratura della Repubblica viene assunta da un autentico esponente dell’antifascismo, da un laico, da un uomo che si colloca a sinistra, da una personalità da cui legittimamente ci si attende che sia davvero un leale custode del patto costituzionale che fu, nel gennaio 1948, stretto unitariamente da tutte le forze democratiche e popolari della Nazione.


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Dopo la elezione del nuovo Presidente
Dichiarazioni dei leaders politici

Il compagno De Martino sottolinea il contributo decisivo dei comunisti e dei socialisti uniti – Subito dopo la elezione dell’on. Saragat a Presidente della Repubblica numerosi uomini politici di tutti i partiti hanno rilasciato dichiarazioni ai giornalisti. Il compagno on. De Martino, segretario del PSI, ha detto:
«L’elezione dell’onorevole Saragat a Presidente della Repubblica costituisce un importante successo delle forze della sinistra italiana e del nostro partito che fin dall’inizio della battaglia propose tale candidatura e la sostenne con impegno e con decisione. Nel corso della lunga crisi nella quale il Parlamento si è dibattuto con il rischio di indebolire gravemente le istituzioni repubblicane, un fattore decisivo stato costituito dalla compattezza dei nostri gruppi, dalla coerenza della nostra azione, dalla ricerca costante di un raggruppamento di forze capace di assicurare una maggioranza democratica repubblicana antifascista.
Tale raggruppamento si potuto realizzare intorno al nome del compagno Nenni, la cui candidatura, accettata per senso dl superiore abnegazione verso il partito e la Repubblica, ha poi indotto la Democrazia Cristiana a fare propria la candidatura Saragat senza essere in grado di assicurarne il successo. Nel corso delle lunghe trattative e degli scrutini il Partito Socialista Italiano ha respinto compromessi inaccettabili e le preclusioni poste nei confronti dei comunisti, consentendo ad essi di riversare i loro voti sull’onorevole Saragat.
«Ai comunisti va dato lealmente atto di essersi comportati come una forza responsabile e di avere, insieme al nostro partito, contribuito in modo decisivo alla elezione del nuovo Presidente. Abbiamo battuto una battaglia ideale della quale i democratici, i lavoratori saranno grati al Partito Socialista Italiano. Al compagno Nenni – ha concluso De Martino – che ha mostrato tante volte di porre il bene della Repubblica a qualsiasi considerazione personale, possiamo dire con animo fraterno che egli ha conferito nuova dignità alla milizia socialista».

A sua volta il segretario del Partito socialdemocratico ha dichiarato che il largo suffragio ottenuto da Giuseppe Saragat testimonia dell’apprezzamento che la sua opera al servizio della democrazia italiana, più che al servizio di una parte politica, riscuote nel Parlamento, espressione viva e vitale di tutte le forze politiche e di ideali che si esprimono nella società nazionale.
«Anche a nome dei parlamentari socialisti democratici – ha concluso Tannassi desidero ringraziare gli altri gruppi politici che hanno voluto dare i loro suffragi a Giuseppe Saragat nella comune certezza che la Costituzione nata dalla lotta antifascista e dalla Resistenza, troverà in lui un sicuro garante e un geloso custode per tutti gli italiani.

Imbarazzata è la dichiarazione segretario della DC. on. Mariano Rumor. Dopo aver salutato con profonda soddisfazione la elezione dell’on. Saragat e ricordato il passato politico del nuovo presidente della Repubblica, l’on. Rumor afferma che «la elezione dell’on. Saragat è avvenuta secondo l’impostazione originaria della DC, la quale si riferiva all’impegno del nostro partito di promuovere tale elezione nello spirito dell’altissima funzione riconosciuta al Capo dello Stato dalla Costituzione e in base alle posizioni politiche fondamentali del partito. La DC – continua la dichiarazione – che ha sostenuto e portato avanti questa battaglia con grande impegno, sente di aver contribuito a trarre il Parlamento da una situazione difficile appoggiando una soluzione di grande dignità per lo Stato, di certezza democratica. di rispetto e di sicurezza dei valori fondamentali di libertà e di giustizia che sono le componenti essenziali per la stabilità delle istituzioni democratiche contro l’assalto o il logoramento con cui il totalitarismo e l’eversione tentano di distruggerla. L’indicazione che il Partito socialdemocratico italiano e la DC hanno fatto all’assemblea, ha riunito intorno a Saragat il suffragio delle forze democratiche impedendo il fenomeno della dissociazione, delle disarticolazioni delle forze politiche su cui il Partito comunista ha fondato la sua speranza di successo. La DC – conclude Rumor – saluta pertanto con sentimento di devozione il Presidente della Repubblica e gli reca l’espressione di fedeltà e di rispetto delle grandi forze popolari di cui essa si onora di essere espressione politica come forza di maggioranza relativa».

L’on. La Malfa ha cosi dichiarato: «L’elezione del presidente Saragat, per il passato dell’uomo, per la concezione democratica che altamente lo ispira, per la lealtà alle istituzioni, è un grande esempio che l’Italia dà sul terreno interno e soprattutto sul terreno europeo e internazionale. In questi giorni l’assemblea e, di riflesso, il paese, ha vissuto momenti drammatici che facevano disperare di tutto. Ma l’Italia ha sofferto troppo della dittatura, dell’autoritarismo e delle avventure, perché le sue forze politiche e democratiche non trovassero la via della responsabilità, del dovere verso il paese e la comunità internazionale».

L’Agenzia di Forze Nuove, RD, pubblica una nota a commento della elezione di Saragat, affermando che il Presidente della Repubblica pur essendo l’espressione di una maggioranza più vasta di quella di centro-sinistra. nasce in conformità con la linea di centro-sinistra grazie soprattutto alla ricostituita solidarietà tra i partiti socialisti e tra questi e la Democrazia Cristiana. Dopo aver ricordato la indicazione del nome di Pastore che la corrente aveva dato durante la battaglia presidenziale, la nota prosegue affermando che le insistenze su un candidato della maggioranza relativa della DC. che aveva una prospettiva solo in una direzione, quella della estrema destra, contraddittoria con la linea del partito e la pratica preclusione a candidati della sinistra dc, hanno portato a trovare una soluzione su un candidato laico. L’ Agenzia saluta senza riserva alcuna la elezione di Saragat ed afferma che questa elezione rappresenta la migliore garanzia per portare avanti nel paese in termini costruttivi, nella libertà e nella democrazia, l’incontro tra cattolici e socialisti

Precisazione del PSIUP

Il compagno Tullio Vecchietti, segretario del PSIUP, ha inviato al nostro direttore la seguente lettera:
«Caro Alicata, nell’editoriale di oggi, ” l’Unità ” attribuisce al PSIUP l’intenzione di votare per Saragat, qualora per questa candidatura il PSDI fosse stato autorizzato dalla DC a chiedere i voti del PCI. Ciò non esatto. Noi abbiamo sempre detto che eravamo contrari alla candidatura Saragat in ragione del significato politico negativo che essa ha. Abbiamo invece detto che avremmo preso in considerazione la candidatura Saragat solo se i nostri voti fossero stati determinanti, in contrapposizione con un candidato della DC e delle destre, e per impedirne l’elezione.
Ci dispiace che si sia verificato questo equivoco sui nostri orientamenti. Vi preghiamo di pubblicare questo nostro chiarimento, e ve ne ringraziamo fraternamente. Tullio Vecchietti».


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Una lunga battaglia contro la prepotenza dorotea
Così si è giunti dopo 13 giorni alla fumata bianca
I successivi fallimenti della operazione dura voluta da Colombo
La resistenza delle sinistre democristiane
La trattativa per il voto comunista a Saragat

« De Gasperi non avrebbe permesso ai marxisti di mettere piede al Quirinale»; «I comunisti hanno dimostrato che senza di loro non si muove paglia»; «Sbagliamo tutto da venti anni»; «Ha sbagliato Rumor»; «No, ha sbagliato Colombo»; «E’ colpa di Fanfani». Impossibile mettere in fila le frasi che si raccolgono nel Transatlantico quando, poco prima delle cinque del pomeriggio di ieri, viene comunicato che Saragat ha respinto l’imposizione dorotea, che Saragat ha accettato di richiedere ufficialmente – come volevano i comunisti – i voti di tutti i gruppi democratici e antifascisti e che il gruppo del PCI ha quindi deciso di votare Saragat.
I fascisti sghignazzano nei corridoi: «Lo avevamo detto, dicono, che una politica così in Italia non può che portare a sempre maggiori vittorie del PCI»; i liberali sono furibondi. Malagodi aveva sperato, dicono, di inserirsi in una operazione centrista. Sia pure dietro la mascheratura del «candidato di tutto il centro-sinistra» Saputo che ormai Saragat ha i voti del PCI, i voti «contrattati» con il PCI, il PLI lancia il suo comunicato di scomunica con la proposta, patetica, di un candidato «nazionale» (che dovrebbe essere Merzagora).
Arrabbiati sono anche gli amici di Colombo: avevano imposto la loro «tattica di kamikaze» a tutta la DC, Rumor in testa, e ora hanno dovuto cedere. A cosa è servito alla DC avere pubblicato l’incredibile comunicato anticomunista dei Direttivi parlamentari, domenica mattina?

La battaglia era cominciata il 16 dicembre e ricostruirla – come diceva ieri La Malfa nel Transatlantico – «è compito di romanzieri, non di giornalisti». In pratica, una ricostruzione dettagliata delle fasi successive dei retroscena, delle pressioni, dei ricatti, dei tradimenti non è ancora possibile. Si può però – con una chiarezza il cui merito è riconosciuto ormai apertamente ai gruppi e al partito comunista – rintracciare il senso politico di questo scontro che è fra le vicende certo più importanti, significative della storia della Repubblica in questo dopoguerra.
La Democrazia cristiana si era presentata con una grinta quasi senza precedenti. Colombo aveva confermato, alla vigilia dell’elezione presidenziale, di essere senza dubbio il perno, un aguzzo perno, dello schieramento doroteo, dominante nel partito. A differenza delle precedenti occasioni, quando un certo pudore e una certa moderazione regnavano ancora nella DC, i gruppi, invece di proporre al Parlamento una propria rosa di candidati, proponevano un solo nome politicamente debole: Leone. Si è capito subito, allora, che la partita che si andava a giocare sarebbe stata decisiva e a oltranza.

Leone esordisce incredibilmente debole: 319 voti. La dissidenza interna è alta. Crescerà continuamente negli scrutini successivi. Prende corpo fin dall’inizio la candidatura di Fanfani: dai 18 voti del primo scrutinio, ai 129 del decimo, il 21 dicembre. Da quel momento su Leone arrivano i voti liberali e fascisti, ma il candidato dc non andrà oltre i 406 voti; è il suo «tetto», il suo sforzo massimo.
La dissidenza interna si presenta ormai come un nucleo agguerrito e compatto; le pressioni dorotee raggiungono vertici senza precedenti. Ogni sospetto è braccato, inseguito da anatemi, colpito dai suoi Vescovi, inseguito dalle lettere «spontanee» dei suoi elettori. Quando Leone tocca i 406, la fazione «colombiana» si butta a capofitto. La gerarchia vaticana riluttante fino a quel momento, a quanto sembra, a ogni intervento viene costretta a intervenire con una dichiarazione grave sull’Osservatore romano in difesa della unità del voto cattolico.
Rumor chiama e aggredisce uno per uno i capi della dissidenza. Fanfani si ritira ma, come effetto, le schede bianche sono 152: questo sarà il tetto dei dissidenti. In realtà fra quelle schede molte sono spurie Non si vede bene, e del tutto, la consistenza della sinistra dc che si è già divisa fra il settimo il decimo scrutinio: fanfaniani per Fanfani, sindacalisti per Pastore.
Alla vigilia di Natale Leone ridiscende a quota 386: ritira la sua candidatura. Colombo ottiene come unica soddisfazione e vendetta, nella notte di Natale, la sospensione da ogni attività di Donat-Cattin e di De Mita, sindacalista il primo e «basista» il secondo. E’ il primo segno tangibile della debolezza della DC che infatti, nei due scrutini del giorno di Natale e del giorno di Santo Stefano, decide di astenersi. Il paese assiste allibito e indignato alla dichiarazione di 370 parlamentari dc che sfilano a testa bassa senza votare.

Si è ormai a una svolta decisiva. I comunisti hanno parlato chiaro fin dall’inizio: sono disponibili per la votazione di un candidato che renda evidente quanto è già chiarissimo nel paese: lo spostamento a sinistra dell’elettorato, l’indispensabilità dei voti comunisti per una politica che voglia battere le destre e vanificare il gruppo di potere doroteo. I candidati indicati (in assenza peraltro di qualunque preclusione) sono Pastore, Fanfani, Saragat, Nenni. Che la DC scelga, che si aprano serie trattative, che ogni voto sia concordato. In assenza di queste trattative, di questi accordi, la stessa candidatura Saragat proposta dal «fronte laico» fra il primo e il settimo scrutinio, è apparsa chiusa. Le sinistre guardano a uno schieramento largo, che non escluda i cattolici, che corrisponda alla realtà del paese.
Le fasi decisive si sono giocate fra sabato e ieri.
Dopo le vergognose astensioni, la DC sceglie Saragat. Il primo cedimento è avvenuto, ma dietro dl esso si nasconde ancora la manovra di un recupero politico della candidatura: fare di Saragat un candidato neo-centrista, portarlo – coperto dal centro-sinistra – fino ai voti liberali. I comunisti sono però indispensabili, in ogni caso, nel Parlamento del 28 aprile e questa realtà si va imponendo. Tanassi chiede un colloquio al compagno Longo. Viene ancora una volta ribadito: i voti comunisti sono disponibili per Saragat, ma solo se risulterà chiaro che essi vengono dati sulla base di una richiesta esplicita.
I socialdemocratici accettano e viene stesa una «bozza» di comunicato. Interviene a questo punto l’ultimo, disperato «veto» di Rumor, pungolato da Colombo ormai scatenato. I socialdemocratici «non devono» fare la dichiarazione che peraltro la DC non accetterebbe mai. Invece la DC l’ha accettata, ha dovuto accettare la dichiarazione che si chieda al PCI, come a tutti gli altri partiti democratici e antifascisti i voti. C’è voluto ancora un ultimo «braccio di ferro» al quale i compagni socialisti hanno partecipato con fermezza, resistendo alle proposte democristiane di rompere l’unità della sinistra che si era realizzata fin dal tredicesimo scrutinio intorno al nome di Nenni.

Il paese ha visto la DC insistere parossisticamente sul nome di un suo candidato per quindici votazioni; il paese ha visto la DC astenersi dopo essere stata battuta su quel nome; il paese ha visto protagonisti due candidati socialisti per quattro scrutini, con l’esclusione di nomi democristiani; il paese infine ha assistito alla vittoria delle sinistre unite contro la prepotenza dorotea. La battaglia che da venti anni si svolgeva in segrete stanze, portata in pubblico e in presenza della fermezza del PCI, è stata persa da chi finora era riuscito sempre a fare il bello il cattivo tempo.