L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1971 – GIOVANNI LEONE

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1971 – GIOVANNI LEONE

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 90                           * * Anno XLVIII / N. 338 / giovedì 9 dicembre 1971

ALDO TORTORELLA Direttore
LUCA PAVOLINI Condirettore
CARLO RICCHINI Direttore responsabile

 

 


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Oggi a Montecitorio iniziano le elezioni presidenziali
La sinistra unita voterà per Francesco De Martino
La DC ha deciso a maggioranza di presentare Fanfani fin dalla prima votazione –
Le assemblee dei rappresentanti del PCI i del PSIUP in appoggio alla candidatura socialista – Voto «di bandiera» da parte dei partiti minori

Stamani alle 10 30 nell’aula di Montecitorio trasformata in seggio elettorale iniziano le votazioni per il nuovo presidente della Repubblica. In vista di esse si è tenuta ieri pomeriggio l’assemblea dei deputati, dei senatori e dei delegati regionali del PCI (si tratta complessivamente di 259 compagni). Il vice segretarlo del partito compagno Berlinguer ha svolto una breve introduzione nella quale ha ricordato la linea seguita dagli organi dirigenti del partito e dei gruppi parlamentari. L’assemblea ha approvato all’unanimità la proposta di appoggiare la candidatura espressa dal PSI e di operare per una condotta unitaria fra tutte le forze di sinistra.

Una analoga assemblea – presente la Direzione del partito – è stata tenuta dal PSIUP, essa «ha constatato con soddisfazione – dice un comunicato – che si sono realizzate le condizioni unanimemente auspicate dal Comitato centrale per una candidatura progressista». È stato perciò deciso «di votare fino dal primo scrutinio per il candidato proposto dal PSI». Dal canto loro i socialisti, con una riunione di Direzione seguita dall’assemblea dei «grandi elettori» hanno unanimemente designato come candidato su cui convergerà il voto dell’intera sinistra il compagno Francesco De Martino. Sulla riunione della Direzione era stato emesso un comunicato in cui era detto che l’organo dirigente «ha preso atto con profondo compiacimento delle decisioni delle altre forze della sinistra – del PCI, del PSIUP dei gruppi della Sinistra indipendente – di appoggiare la candidatura socialista e di portare avanti in tutte le fasi della elezione presidenziale una strategia comune. La Direzione si augura che possano determinarsi sul candidato socialista convergenze di altre forze democratiche». Successivamente la commissione socialista per la questione presidenziale ha avuto contatti informativi con le altre forze di sinistra. Esponenti socialisti hanno detto dopo la riunione di Direzione che l’unanime pronunciamento sul nome di De Martino è stato accompagnato da una certa discussione sulle questioni di tattica parlamentare che discendono da tale candidatura.

Anche la DC ha proceduto nell’assemblea dei suoi «elettori» alla designazione del suo candidato unico che sarà il sen. Amintore Fanfani. A questo risultato i parlamentari dc sono giunti dopo un breve dibattito su una relazione di Forlani tramite una votazione su «schede libere» cioè scrivendo ciascuno il nome preferito Lo scrutinio delle schede è stato circondato dal più fitto riserbo ma è assolutamente certo che la designazione di Fanfani non è stata unanime giacché già nel corso del dibattito era stato preannunciato che la corrente di «Forze nuove» avrebbe votato per la designazione di Moro e quella di e «Base» avrebbe dato scheda bianca. Ovviamente ogni gruppo ha dichiarato che al di là del voto interno per la designazione accetterà come vincolante il nome che ha riscosso la maggioranza. Come si sa non verrà reso noto l’esito numerico della votazione in seno all’assemblea dc ma solo il nome vincente. Anche fra i dc c’è stato un certo dibattito attorno alla tattica da adottate in sede di votazione parlamentare. Sono stati sollevati dubbi sulla opportunità di presentare fin dalla prima votazione il candidato ufficiale del partito ed è stata perfino adombrata l’idea di far votare scheda bianca ai 423 elettori per poi giungere alla designazione del candidato dopo la terza votazione. Queste proposte sono state respinte ed è risultato confermato l’orientamento noto di presentare subito la candidatura (Fanfani) come candidatura effettiva fin dalla prima votazione Non sono mancati anche spunti di vera e propria polemica politica soprattutto per il fatto che la segreteria non sia riuscita a realizzare preventive convergenze dell’arco costituzionale sulla candidatura dc. È stato anche chiesto se la candidatura iniziale debba estere intesa come valida in ogni fase delle votazioni. Forlani avrebbe detto che il candidato è uno, e uno rimarrà fino alla fine; tuttavia, non ha escluso una riconvocazione dell’assemblea di partito ad un certo punto delle votazioni. Dopo il voto una delegazione si è recata dal sen. Fanfani per comunicargli l’avvenuta designazione.

Per quanto riguarda le altre forze della schieramento parlamentale l’ultima giornata non ha apportato alcuna novità circa le rispettive decisioni. Nelle prime votazioni i gruppi del PLI e del MSI voteranno un proprio «candidato di bandiera», per decidere successivamente su chi far convergete i propri suffragi fra i candidati aventi probabilità di elezione. I liberali faranno convergete il loro voto su Malagodi. I repubblicani in un primo momento daranno scheda bianca, poi anch’essi decideranno verso chi orientarsi (l’on. Compagna ha dichiarato che, in presenza di due candidati laici, cioè Saragat e De Martino il PRI «attenderà che maturi la possibilità di una costruttiva convergenza di voti». Più incerta rimane la tattica del PSDI: ha deciso come si sa di votare Saragat, ma fino a quando? Un esponente della Direzione ha detto ieri che Saragat sarà sostenuto «dall’inizio alla fine della battaglia». Dal canto suo l’indipendente di sinistra Matullo detto che in quanto cattolico non voterà De Martino ma il candidato dc, in conseguenza della sua «nota posizione anti divorzista». Il movimento «Salvemini» ha reso noto un appello che reca la firma di un centinaio di intellettuali ( docenti, scrittori, artisti) rivolto ai «grandi elettori». Il documento indica alle forze democratiche la necessità di evitare una rielezione di Saragat perché «portando fino a 14 anni la durata in carica di una persona nella suprema carica dello Stato, non può non portare ad una degenerazione dell’istituto indipendentemente da quelle che possono essere le qualità personali dell’uomo». Si sconsiglia inoltre che« a ricoprire la carica di presidente sia chiamata una persona che provenga dalle file del partito che ha nell’esercizio del potere di governo una posizione determinante». E si chiede infine di «evitare l’assunzione alla carica di un uomo che abbia oggi nella vita del partito DC un peso politico determinante tale da prefigurare oggettivamente una sorta di simbiosi tra questo partito e la suprema carica dello Stato».


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Così schierati i 1008 elettori
La composizione dei diversi gruppi politici – per i primi tre scrutini è necessaria la maggioranza dei due terzi (672 voti), poi quella assoluta (505 voti)lle 10,30 di stamane nella grande aula di Montecitorio sotto i potenti riflettori accesi per la ripresa televisiva, l’assemblea composta di 630 deputati, 320 senatori e 58 delegati regionali, darà inizio alla prima votazione per l’elezione del sesto presidente della Repubblica italiana cioè il successore di Enrico De Nicola, Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni e Giuseppe Saragat.

Alla prima votazione di stamani seguirà nel pomeriggio una seconda e domani una terza, giacché è praticamente da escludere che un candidato possa raggiungere i 2/3 dei voti dei componenti l’assemblea necessari – secondo l’art. 83 della Costituzione – per risultare eletto nei primi tre scrutini. L’assemblea conta complessivamente 1008 elettori, il quorum dei 2/3 è dunque di 672 voti. A partire dalla quarta votazione è invece sufficiente la maggioranza assoluta cioè la metà più uno degli elettori, 505 voti. Non si sa ancora se la quinta votazione verrà indetta nel pomeriggio di venerdì o – come pare più probabile – nella giornata di sabato. E con gli schieramenti delle varie forze politiche nell’assemblea:

PCI – 259 elettori (186 deputati, 76 senatori, 17 delegati regionali)
PSIUP – 37 elettori (22 deputati, 13 senatori, 2 delegati regionali)
PSI – 105 elettori ( 62 deputati, 37 senatori, 6 delegati regionali)
INDIPENDENTI DI SINISTRA – 18 (6 deputati, 12 senatori)
GRUPPO MISTO – 18 elettori (11 deputati, 5 senatori, 2 delegati regionali)
PSDI – 44 elettori (29 deputati, 11 senatori, 4 delegati regionali)
PRI – 12 elettori (9 deputati, 2 senatori, 1 delegato regionale)
DC – 423 elettori (264 deputati, 135 senatori, 24 delegati regionali)
PLI – 49 elettori (31 deputati, 16 senatori, 2 delegati regionali)
PDIUM – 7 elettori (5 deputati, 2 senatori)
MSI – 36 elettori (25 deputati, 11 senatori).

I delegati del PCI eletti dai Consigli regionali sono i compagni Berti (Piemonte) Castagnola (Liguria) Bollini (Lombardia) Marangoni (Veneto) Moschioni (Friuli Venezia Giulia) De Carneri (Trentino Alto Adige) Fanti (Emilia Romagna) Gabbuggiani (Toscana) De Sabbatta (Marche) Grossi (Umbria) Ferrara (Lazio) Di Giovanni (Abruzzo) Alinovi (Campania) Romeo (Puglia) Rossi (Calabria) Di Pasquale (Sicilia) Raggio (Sardegna).
Nel corso della riunione dei parlamentari e dei delegati regionali comunisti, svoltasi ieri pomeriggio Montecitorio, è stato deciso di affiancare ai segretari dei due gruppi dei deputati dei senatori – nel corso della vicenda delle elezioni presidenziali – un segretario nominato dei delegati regionali.
Riunitisi subito dopo, i 17 rappresentanti regionali comunisti hanno eletto per questo incarico il compagno Maurizio Ferrara eletto dal consiglio regionale del Lazio.

L’intera seduta di stamane sarà trasmessa in cronaca diretta in televisione. Delle successive votazioni sarà invece trasmesso «in diretta» solo lo scrutinio (cioè la fase durante la quale il presidente dell’assemblea legge una ad una le schede dopo la votazione) e la proclamazione del risultato. A proposito della tv una notizia curiosa: essa ha già pronte 18 biografie filmate e commentate dei candidati con maggiori probabilità di successo (evidentemente ci si è voluti cautelare da ogni sorpresa).
Le operazioni di voto avranno inizio stamane senza alcuna formalità procedurale. Il presidente della Camera onorevole Pertini che avrà al suo fianco il presidente del Senato senatore Fanfani, dichiarerà aperta la seduta e avvertirà che la votazione avviene a scrutinio segreto per schede e che si procederà per appello nominale chiamando prima i senatori, poi i deputati, e quindi i delegati regionali. A mano a mano che verranno chiamati a voce alta per ordine alfabetico, gli elettori sfileranno nella corsia tra il banco della Presidenza e quello del governo, dove è collocato il cesto di vimini foderato di raso verde che funge da urna evi deporranno la loro scheda che essi avranno ricevuto all’ingresso in aula. La appello nominale virgola che nel gergo parlamentare denominata « la chiama» sarà effettuata a turno dagli otto deputati segretari della Camera. Si tratta di otto parlamentari che rappresentano tutti i gruppi e che vengono eletti all’inizio di ogni legislatura per collaborare con la Presidenza. Quando tutti senatori saranno stati «chiamati», si procederà a un secondo appello, per coloro che non saranno stati presenti al primo. Lo stesso avverrà dopo la «chiama» dei deputati e quella dei delegati regionali. Tutta l’operazione del voto richiederà, si prevede, circa due ore. Le schede per le votazioni sono bianche e recano l’intestazione «Camera dei Deputati – Senato della Repubblica – Elezione del Capo dello Stato». Sotto la dicitura vi è una riga punteggiata sulla quale dovrà essere scritto il nome del candidato prescelto. Sulle schede vi sarà anche l’indicazione dell’ordine numerale della votazione per la quale vengono usate, dovrà essere subito riconoscibile cioè, se si tratti delle schede distribuite per la prima o la terza o la settima votazione.

Terminata la fase della votazione, comincia quello dello scrutinio l’urna verrà portata sul banco della Presidenza e il segretario generale della Camera dottor Cosentino, comincerà a estrarre a una a una le schede che egli aprirà e quindi passerà al presidente della Camera. L’on. Pertini leggerà a voce alta il nome che è stato scritto su ciascuna scheda, oppure dirà «bianca» nel caso che la scheda non rechi alcuna indicazione nominativa, oppure «nulla» se l’indicazione deve ritenersi non valida. Dalle mani del presidente Pertini le schede passeranno a quelle di due deputati segretari, che terranno via via il conto dei vari nomi scrutinati. Questa operazione prenderà circa un’ora di tempo. Dieci minuti o un quarto d’ora dopo, compiuti scrupolosamente i conteggi, il presidente Pertini potrà dare lettura dei risultati. La votazione si conclude infine o con la proclamazione del nome dell’eletto – ma questo, come abbiamo detto virgola non è nelle previsioni almeno per le prime tre votazioni – oppure con la convocazione dell’assemblea per la successiva votazione. Alla camera saranno messi per l’occasione circa 450 giornalisti italiani e stranieri.


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Una battaglia democratica

A partire da questa mattina, il punto di verifica delle molteplici ipotesi che hanno popolato la lunga attesa delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica si sposta nell’aula di Montecitorio. Secondo il previsto nelle ore dell’immediata vigilia sono stati designati i candidati dei due più estesi schieramenti, quello della sinistra e quello democristiano. Francesco De Martino e Amintore Fanfani sono quindi i nomi che ricorreranno con maggiore frequenza nel corso delle votazioni di questi giorni, ad essi se ne aggiunge un terzo, quello dell’attuale capo dello Stato Giuseppe Saragat, che i socialdemocratici hanno deciso di proporre a cominciare dalla prima votazione.

È evidente che le decisioni prese ieri sera nelle assemblee dei «grandi elettori» socialisti e democristiani (ma in sostanza già scontate almeno da 48 ore) contengono anche una scelta tattica che non è stata del tutto facile. È stata scartata la soluzione dei cosiddetti «candidati di bandiera» (o «di attesa») e cioè la presentazione di nomi meno impegnativi allo scopo di operare qualche assaggio prima di affrontare la fase cruciale della contesa. Il confronto sarà vero quindi fin dalle prime battute, con tutte le conseguenze che ciò comporta, non ultima quella di un’attenzione più viva e acuta dell’opinione pubblica intorno alle vicende della scelta del nuovo capo dello Stato.

Ora che le candidature sono state decise ufficialmente il discorso tende inevitabilmente a coinvolgere insieme i nomi dei vari concorrenti e le questioni politiche sulle quali si è finora sviluppato il dibattito politico sulla scadenza che riguarda il Quirinale. Il concetto di «arco costituzionale» e quindi la richiesta del rifiuto dei voti fascisti per l’elezione del nuovo presidente, la questione delle garanzie per il rispetto della Costituzione (che è Costituzione di una Repubblica a carattere parlamentare non presidenziale), eccetera.

Fin dal momento in cui si è accesa la discussione sulla Presidenza della Repubblica con un forte anticipo rispetto alle esperienze del passato, i comunisti hanno indicato la necessità di dare alla scelta che sta per essere compiuta dai 1008 deputati, senatori e delegati delle regioni, il senso di un atto che sia espressione delle profonde esigenze di rafforzamento e di sviluppo della democrazia presenti nel nostro paese. Ed è in questa luce che deve essere vista la decisione del PCI di votare insieme al PSI, al PSIUP ed ai gruppi della sinistra indipendente, il candidato socialista e di orientare le proprie scelte nella condotta della battaglia presidenziale sulla base dell’unità delle forze di sinistra.

La designazione del compagno De Martino, presidente del comitato centrale socialista, ci sembra che riassuma felicemente queste esigenze, per ciò che egli ha rappresentato e rappresenta nella vicenda politica italiana e per la sua figura di impegnato uomo di studi partecipe di grandi battaglie per la rinascita del Mezzogiorno. Anche da questo punto di vista, quindi al confronto, si va in condizione di chiarezza e nello sforzo per aprire la strada a una soluzione positiva ispirata alle esigenze di progresso democratico.

Candiano Falaschi


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I POTERI DEL PRESIDENTE

Prima di assumere le sue funzioni il presidente presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento riunito in seduta comune.
Quattordici sono gli articoli della Costituzione che specificano i poteri del presidente. Tra questi l’art 87 così indica:
«Il presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale
«Può inviare messaggi alle Camere
«Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione
«Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del governo
«Promulga le leggi ed emana i decreti con valore di legge e i regolamenti
«Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione
«Nomina nei casi indicati dalla legge i funzionari dello Stato
«Accredita o riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere
«Ha il comando delle Forze Armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere
«Presiede il Consiglio superiore della magistratura
«Può concedere grazia e commutare le pene
«Conferisce le onorificenze della Repubblica ».

Come è noto questi poteri sono in gran parte formali e traggono la loro validità da decisioni del Parlamento o del governo. Tanto è vero che l’art 89 precisa che «nessun atto del presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti che ne assumono la responsabilità » così come gli «atti che hanno valore legislativo» sono e controfirmati dal presidente del Consiglio. Il presidente può inoltre con un messaggio motivato alle Camere prima di promulgare una legge, chiedere una nuova deliberazione sulla stessa. Se però il Parlamento nuovamente la legge questa deve essere promulgata. Tale principio – della obbligatorietà della promulgazione in caso di nuova approvazione di una legge da parte delle Camere – si inserisce chiaramente in tutto il contesto costituzionale che indica nel Parlamento il depositario della sovranità popolare e in quest’ambito colloca rigorosamente i potere del presidente della Repubblica in opposizione a ogni concezione di tipo «presidenziale». Il presidente nomina cinque senatori a vita e cinque componenti la Corte Costituzionale. Egli può sciogliere le Camere o una sola di esse dopo aver «sentiti i loro presidenti», ma non può esercitare tale potestà negli ultimi sei mesi del suo mandato. Per i reati di alto tradimento o di attentato alla Costituzione il presidente è messo in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri. In questo caso, egli viene giudicato dalla Corte Costituzionale, la quale è composta, oltre che dai suoi giudici ordinari da sedici membri aggiunti (giudici aggregati) scelti tra i cittadini aventi i requisiti per la eleggibilità a senatore (almeno 40 anni).