L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1985 FRANCESCO COSSIGA – ELETTO

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L’UNITA’ E I PRESIDENTI: 1985 FRANCESCO COSSIGA – ELETTO

La elezione dei Presidenti della Repubblica Italiana

L’UNITÀ

ORGANO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO Quotidiano / sped. abb. postale / Lire 600                         * *Anno 62° n. 138 / MERCOLEDI’ 26 GIUGNO 1985

EMANUELE MACALUSO Direttore
ROMANO LEDDA Condirettore
GIUSEPPE F. MENNELLA Direttore responsabile

 

 


pag. 1 e ultima

Primo gesto del neoeletto per sottolineare l’autonomia della carica

«Sono il presidente di tutti» Cossiga si dimette dalla Dc
Adesso si discute su rimpasto e presidenza del Senato
Anticipato l’insediamento? – Pertini non esclude di ritirarsi prima dell’8 luglio –
Intensa giornata del nuovo capo dello Stato Zaccagnini ne sottolinea l’ispirazione morotea
Dissensi tra De e Psi sulla portata del rimaneggiamento governativo

ROMA — Con un gesto inconsueto e che ha un solo precedente (quello di Luigi Einaudi, che lasciò il PIi nel ’48), Francesco Cossiga si è ieri dimesso dalla Dc per sottolineare — come ha lui stesso detto, citando l’editoriale di Gerardo Chiaromonte apparso sull’Unità all’indomani della sua elezione — di voler essere «il presidente di tutti gli italiani». Con l’omaggio alla tomba di Moro è questo li gesto più significativo che ha segnato la prima giornata dei nuovo presidente della Repubblica.

Una giornata intensissima, piena di impegni al quali il presidente eletto ha voluto dare una forte connotazione politica e istituzionale. Dopo aver trascorso la notte nel suo appartamento di via Ennio Quirino Visconti, nel quartiere Prati, Cossiga era partito ieri mattina poco prima delle otto per Torrita Tiberina dove è sepolto il leader dc ucciso sette anni fa quando l’ottavo presidente della Repubblica era ministro dell’Interno (e l’indomani del delitto delle Br si dimise dall’incarico). Un’ora dopo era al cimitero, con un fascio di rose per «il suo maestro». E rimasto qualche minuto davanti alla tomba, ha salutato il sindaco comunista di Torrita, Maurizio Ruggeri, ha scambiato qualche battuta con i pochi presenti e alcuni giornalisti ai quali ha annunciato che domani andrà in Sardegna, prima a Cagliari e poi a Sassari, sua città natale. Quindi Cossiga è tornato a Roma ed ha reso visita ufficiale a Sandro Pertini, con cui aveva cenato le sera prima, poco dopo essere stato eletto.

Agli osservatori è parso difficile non mettere in relazione l’incontro con il proposito accennato da Pertini di lasciare il Quirinale prima dell’8 luglio, data di scadenza del suo mandato. Non è escluso quindi che l’insediamento di Cossiga, previsto per martedì 9 luglio, possa avvenire prima. Qualcuno non escludeva iersera che il giuramento davanti alle Camere e il rituale discorso alla nazione siano anticipati di parecchi giorni. Dal Quirinale alla Camera, per una visita di omaggio a Nilde Jotti («un atto di affetto, di cortesia e di riconoscenza») e al Parlamento («che è l’espressione della sovranità nazionale e deve essere al centro della vita democratica del Paese»), ma anche per rivedere l’aula di Montecitorio. «Nella vita politica — ha detto — bisogna dare spazio ai sentimenti: sono stato qui per venticinque anni… ho conosciuto tante epoche della vita politica italiana: scontri, incontri, poi di nuovo scontri, e la stagione dei confronti, a volte nel consenso e a volte nel dissenso, ma tutti tesi all’unità».

Nilde Jotti, dopo un colloquio privato, lo ha accompagnato in giro per Montecitorio: Cossiga è stato festeggiato da parlamentari, giornalisti, commessi. Il pomeriggio Francesco Cossiga l’ha trascorso tutto al Senato, che aveva presieduto negli ultimi due anni. Il primo impegno era un incontro con la direzione e i direttivi dei gruppi parlamentari della Dc. I giornalisti pensavano ad un saluto formale e molto tradizionale, e questo è parso per molti minuti quando Cossiga, dopo aver abbracciato Taviani e Zaccagnini, ha rivolto un saluto agli uomini «della Dc di ieri e di oggi» e ricordato con commozione Aldo Moro. Poi l’annuncio: «Per poter essere indipendenti, autonomi, uomini di dialogo e di confronto, occorre essere serenamente e lealmente se stessi. Ma per quanto credibile possa essere la propria autonomie e indipendenza dalle parti, in determinati uffici questo “essere se stessi” deve essere testimoniato da atto concreto e comprensibile». Da qui la decisione di dimettersi dal partito nel quale militava dal ’44 poiché — ha detto ancora — «premessa di trasparente indipendenza e autonomia nell’esercizio del mandato presidenziale deve essere la non appartenenza ad organizzazioni politiche o di interesse». Ed ha consegnato la lettera di dimissioni («che non poco mi costano») a Ciriaco De Mita il quale, nel rispondere, ha voluto rivendicare il merito di «un atto politico di rilievo, forse l’atto di maggior rilievo, per riconciliare l’opinione pubblica con i valori della democrazia». Nella sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, dove si svolgeva l’incontro, c’è stato, all’annuncio delle dimissioni, un momento di esitazione di qualche dirigente dc. Poi il clima s’è sgelato con un brindisi: «Al Paese», ha detto Cossiga. Ed ha salutato tutti con grande cordialità. Più tardi ha incontrato i capigruppo del Senato, l’ufficio di presidenza (cioè i più stretti collaboratori nel lavoro di direzione dell’assemblea) e infine i funzionari di Palazzo Madama. Poi Cossiga ha lasciato definitivamente i suoi uffici del Senato. La presidenza del Consiglio gli ha messo a disposizione un ufficio a Villa Pamphili, quale sede provvisoria in attesa del suo insediamento al Quirinale.

Giorgio Frasca Polare


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Cosa c’è di nuovo in questa elezione

di Emanuele Macaluso

 IN ALCUNI commenti alla  elezione di Cossiga prevalgono forzature propagandistiche sui ragionamenti politici che una vicenda tanto rilevante invece merita. Cosa è stato detto in poche parole? C’è un grande successo di De Mita che riporta un democristiano al Quirinale e riafferma il primato politico dello scudo crociato. C’è una buona tenuta di Craxi, il quale ha capito in tempo il vento che tirava e che avrebbe potuto spazzarlo. C’è stata una rassegnata adesione del Pci alla proposta democristiana perché, dopo le batoste. elettorali, esso aveva bisogno di inserirsi nel giuoco. Tutto qui. Ed a ciascuno dei protagonisti viene dato un punto nella pagella. Queste semplificazioni sono suggestive ma lontane da una analisi oggettiva delle cose.

E veniamo ai fatti. Le elezioni del presidente della Repubblica, dal 1948 in poi, sono state distorte dal ricorrente tentativo della Dc di imporre un suo candidato, laico o cattolico, ma scelto da essa Nel 1946, in clima di Costituente, il nome di De Nicola venne concordato fra i partiti antifascisti. Con la vittoria de del 1948 le cose cambiano. Il 10 maggio di quell’anno la Dc di De Gasperi vuole il laico Carlo Sforza, ma non passa anche se da sola ha la maggioranza assoluta. Passa Einaudi ed il Pci vota Vittorio Emanuele Orlando, ritenendolo meno vincolato alla coalizione centrista, pur trattandosi di uno statista liberale. Anche nel 1955 la Dc propone un laico, Merzagora, e le sinistre fanno passare un cattolico democristiano come Granchi. E così via di seguito in tutti gli altri appuntamenti. La contrapposizione non si è manifestata pro o contro un laico o un cattolico, un democristiano o un non democristiano; il nostro voto non è stato rivolto a «rompere» la Dc e la coalizione di governo, con un disegno da guastatori. No. La nostra azione è stata orientata a «rompere», sì, a rompere, un metodo, una concezione che la De aveva fatto propri stravolgendo il carattere di questa elezione, avendo di mira la conservazione e la tutela del suo sistema di potere. I voti del Pci si sono orientati, contrapponendosi alla pretesa egemonica della Dc, verso candidati laici o cattolici che dessero segni di indipendenza e di volere rompere gli steccati delle maggioranze governative. Votammo Saragat quando questi steccati furono rotti dallo stesso candidato, in contrapposizione a quello della Dc, la quale solo dopo si aggiunse allo schieramento di sinistra.

Anche l’elezione di Pertini — con procedure e vicende diverse — avvenne con larghissima maggioranza solo quando la Dc si convinse che era impossibile imporre un suo candidato. E si pensi al fatto che durante quella elezione era ancora in piedi la maggioranza di unità nazionale. Ebbene, ora è avvenuto un fatto nuovo e rilevante. Ed è venuto dal segretario della Dc il quale, per la prima volta, non si è presentato con un suo candidato in aula, ha distinto nettamente l’area di governo dalla maggioranza per la elezione del capo dello Stato, richiamandosi alle forze che hanno dato vita alla Repubblica ed alla Costituzione. E la linea per la quale ci siamo battuti da quarant’anni. E questa linea è stata enunciata con fermezza nel momento in cui nel Psi, nel Psdi e nella Dc si moltiplicavano dichiarazioni, articoli, prese di posizione per affermare che il candidato lo sceglie il pentapartito e, se vogliono, i comunisti lo votino pure. Intanto si aprono le porte ad Almirante per tappare i buchi dei dissidenti. Come per Segni e per Leone. I conti sono presto fatti: il pentapartito dispone di 546 voti; più la scorta radicale, 12; più il Msi, 63, per un totale di 621. La maggioranza necessaria è di 506. Si può tentare così di portare al Quirinale un democristiano garante del pentapartito, della presidenza socialista e di un altro «arco» che non è quello dei partiti costituzionali. Nella maggioranza di governo c’erano quindi due linee. Una, la prima, coincideva con quella che sempre il Pci ha adottato. Il fatto che il segretario della Dc ed il Pri si fossero pronunciati per un cammino nuovo era il fatto politico da cogliere per discutere apertamente quale candidato avrebbe potuto meglio rappresentare le forze costituzionali.

Il Pci nell’incontro con la Dc ha fatto proposte di candidature laiche e cattoliche in grado di raccogliere larghi consensi, primo fra tutti Pertini. Ma il Psi, perduto il treno della maggioranza governativa, spiazzato da De Mita, non mostrava più alcun interesse a compartecipare ad una trattativa globale su più candidati. Accettava il candidato della Dc e basta, ritenendo che questa scelta non mettesse in discussione Palazzo Chigi. Da qui ha origine una oggettiva debolezza della sinistra nel confronto con la Dc per la scelta di un candidato comune. Tuttavia il metodo adottato ha consentito una scelta valida — come confermano i primi significativi atti del presidente neoeletto — concordata e votata a larga maggioranza. Scelta che avremmo fatto in coerenza con il nostro passato, quale che fosse stato il risultato delle elezioni del 12 maggio e del 9 giugno. – Non sarebbe serio non rilevare che queste elezioni presidenziali si sono svolte in un quadro che segnala una ripresa di iniziativa della Dc, dei suoi rapporti sociali e politici ed anche della sua vocazione egemonia Questo segnale era stato da noi colto dopo le elezioni di maggio e di giugno. Ma, attenzione, tutto il quadro politico sarebbe ben più pesante e torbido se al Quirinale fosse asceso un dc (e che dc!) con la maggioranza pentapartito e la coda missina e radicale. Oggi lo svolgimento della lotta politica ha contorni più chiari e democraticamente più certi. Abbiamo coscienza che i nodi politici che ci sta-vano davanti dopo le elezioni sono ancora da sciogliere, e fra questi quello della ripresa democristiana. Noi ci cimenteremo con es-si in una discussione nel partito e con altri, con serenità e rigore. Tuttavia un macigno grande ingombra il binario del Psi. I trionfalismi d’occasione non servono. Le elezioni regionali del 12 maggio e queste presidenziali mettono in discussione scelte di fondo del Psi e anzitutto quella dei suoi rapporti a sinistra.

C’è qualche primo segnale di presa di coscienza di questo fatto. Ma la discussione sulla linea politica non è nemmeno cominciata. È bene non tardare a farla.